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Come costruire una geografia

Editoriale

La geografia, prima che una scienza esatta, è spesso la proiezione di una visione del mondo. Il planisfero che siamo abituati a utilizzare risale ai criteri stabiliti dal fiammingo Gerard Kramer, detto Mercatore, nel Cinquecento, e ha una relazione ben precisa con il clima politico e culturale dell’epoca delle grandi scoperte. Sulla scelta del meridiano “zero”, quello di Greenwich, avvenuta nel 1884, ebbe un ruolo decisivo il peso economico e politico dell’impero inglese. In documenti che a prima vista si caratterizzano proprio per il carattere neutro, come le cartine geografiche, si inscrive in realtà una precisa collocazione culturale e, per riflesso, ideologica; e sarebbe un errore liquidare come mera convenzione quella maniera radicata di disegnare il mondo che colloca, al suo centro, l’Europa.

Foto Matteo Neppi Modona

Foto Matteo Neppi Modona

Come aveva deciso Gerard Kramer, decidono, oggi, i moderni mezzi di comunicazione di massa. Sono attualmente in corso, nel mondo, venticinque conflitti – o anche di più, a seconda della definizione che si vuole dare alla parola “guerra”. Sui giornali, raramente è concesso spazio a queste realtà. In televisione, la situazione è, se possibile, peggiore. I media hanno una loro geografia, un loro modo di accentuare o lenire le distanze, di aprire o di chiudere gli occhi. L’attenzione si posa per un breve periodo sulla Cecenia, sul Ruanda, sulla Colombia; poi, spesso senza alcuna relazione a una reale svolta nel dramma di questi paesi, si volta pagina, si prende a parlare di altro. Comprendere i motivi che regolano questi meccanismi è fondamentale, in un’epoca in cui non si smette di insistere sui processi di globalizzazione, sulla crescente interdipendenza delle zone geografiche, sull’esistenza di una comunità internazionale.

Questo numero non ha l’ambizione di denunciare il modo in cui viene rappresentata la realtà, né di spiegarne l’origine. Vuole, piuttosto, dimostrare che è possibile, anche per un solo momento, invertirla, questa rappresentazione; è possibile parlare di altri luoghi, di altri paesi; è possibile porre al centro dell’attenzione quei conflitti che, pur non vedendo coinvolte direttamente le potenze occidentali, mietono ugualmente delle vittime, scatenano allo stesso modo catastrofi umane e ambientali. E, al limite, vuole insinuare l’ipotesi che l’attenzione verso queste realtà, o la mancanza di attenzione, possa influire sullo sviluppo stesso dei conflitti.

Tutto questo, attraverso gli spunti eterogenei che il metodo dell’intervista ci consente di raccogliere. Abbiamo posto il problema a tre esperti in campi differenti: un giornalista, uno storico, un generale. Ci hanno fornito la loro visione: parziale, inevitabilmente, ma significativa. Poi, allontanandoci dalla questione generale, abbiamo volto lo sguardo verso quattro zone in cui è in corso un conflitto: Colombia, Nepal, Sudan e Sri Lanka. La scelta è stata assolutamente arbitraria: avremmo potuto indifferentemente approfondire la situazione di Kashmir, Congo, Aceh o Birmania. Nessuna guerra merita un’attenzione superiore alle altre, almeno in questo numero di questa rivista; e l’intento, più che di sensibilizzare su un caso specifico, è di dimostrare come sia possibile soffermarsi su altre realtà, discuterle, criticarle e persino, in una certa misura, comprenderle. A completare il quadro, si è dedicato ampio spazio alle recensioni di libri, film, siti internet che possano incoraggiare all’approfondimento di queste tematiche.

Si è tentato di ricostruire il contesto, a voi il giudizio. Buona lettura.

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