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Colombia: la guerriglia infinita

3-7-2003

La Colombia è un paese stremato da una sanguinosa guerra civile che dura da quarant’anni e che ha causato, secondo le stime più attendibili, 300.000 morti e 2.000.0000 di sfollati. Gli interessi in gioco sono tanti e di svariata natura, le fazioni che si contrappongono eterogenee e le notizie che ci arrivano estremamente confuse.

Quando si parla di America Latina non solo si parla di un altro continente, ma di un mondo a sé e di una cultura diversa dalla nostra. La storia di questi paesi ne ha condizionato lo sviluppo: la vita politica, culturale ed economica è differente e deve essere letta ed interpretata in chiavi diverse da quelle tipicamente europee.

Studiare un conflitto latinoamericano e cercare di capirlo veramente vuol dire rendersi conto di essere immersi in un mondo diverso dal nostro e pertanto non commentare i fatti e le situazioni particolari seguendo i nostri parametri di valutazione.

La Colombia è attualmente un paese ridotto allo stremo delle forze. Pur ricco di risorse naturali, il paese versa in condizioni disastrose da innumerevoli anni: dilaniato da una lotta intestina che dura ormai da decenni tra lo Stato e la Guerriglia – una delle più antiche organizzazioni di ribelli dell’America Latina -, guidato da un potere politico oligarchico, al quale partecipano soprattutto gli esponenti delle grandi famiglie, e diviso tra la maggior parte della popolazione che versa in condizioni disastrose e una piccola élite di privilegiati che, emuli del modello occidentale e lontani dalla realtà colombiana, vivono quasi in un mondo parallelo, in un paradiso artificiale. E’ un paese dove impera la corruzione e le alleanze tra le varie parti sociali sono sancite da vincoli di denaro, dove non si intravede una via d’uscita e dove è stato impossibile realizzare situazioni di compromesso.

Fin dal lontano 1948 l’alternanza politica liberal-conservatore ha fatto da sfondo e da cornice ad una lotta guerrigliera accanita e cruenta alla quale ha risposto altrettanto duramente un’alleanza del governo con le maggiori famiglie di proprietari terrieri, che hanno affiancato all’esercito regolare corpi di polizia privata, i cosiddetti paramilitari. Nel corso degli anni, alle rivendicazioni di tipo socio-economico da parte della guerriglia e alle esigenze di mantenere l’ordine e il controllo del paese da parte di quell’élite dirigente, si sono aggiunti gli interessi economici legati alla produzione e all’esportazione della cocaina dei due grandi cartelli colombiani della droga di Cali e Medellìn.

Negli anni ’80 è stata dichiarata la “Lucha Anticomunista”, nella quale si sono trovati uniti in una strana alleanza il governo, i militari e i narcos: l’obiettivo comune era combattere la Guerriglia, che portava disordine e pretendeva il controllo di vaste regioni; i mezzi di sostentamento e sovvenzione della “lucha” provenivano dai narcos, finanziatori della guerra in cambio di un tacito accordo con il governo per cui erano tollerati i traffici di coca che avvenivano all’interno del paese.

Quando gli Usa sempre negli anni ’80 hanno dichiarato la “War on drugs”, ripromettendosi di combattere e finanche debellare il commercio della cocaina – vedendo questa guerra come una contrapposizione tra Guerriglieri-coltivatori di droga, quindi narcotrafficanti, e governo, sostenuto dai proprietari terrieri -, i grandi narcos, ormai detentori di un potere enorme sono stati sconfitti e il paramilitarismo che aveva caratterizzato gli anni di questa “lucha” muta la sua natura, divenendo più politico e meno legato ai narcos, che fino ad allora lo avevano generosamente finanziato.

Nel 1992, dopo la dichiarazione americana di guerra alla droga, rinasce un nuovo paramilitarismo, la “lucha” continua e le alleanze sono meno nette e precise: i grandi proprietari terrieri con le loro polizie private, le AUC (Autodefensas de Colombia), si affiancano ai corpi dell’esercito regolare, mentre la Guerriglia ingrossa sempre di più le sue fila nelle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) e nell’ELN (i ribelli guevaristi dell’Esercito di liberazione nazionale) e gli interessi economici si intessono con quelli politici di rivendicazione guerrigliera, di politica internazionale (e nordamericana) e politica interna.

I vari presidenti che si sono succeduti al governo del paese hanno cercato, seppur timidamente, di porre rimedio a questa guerra civile in cui muoiono barbaramente migliaia di persone in agguati, attentati, in sequestri attuati secondo il metodo della “pesca miracolosa”, crimini di cui si macchiano indistintamente entrambe le fazioni combattenti, sia la Guerriglia sia i gruppi di paramilitari e l’esercito; ma nessuna risoluzione è stata trovata.

Nel febbraio del 2002 il presidente Pastrana ha interrotto il processo di pace con le Farc e a questa dichiarazione di guerra alla Guerriglia sono seguiti omicidi ed atti di violenza mostruosa: il governo ha ordinato dei bombardamenti nell’area di distensione sotto il controllo delle Farc, che hanno reagito rapendo Ingrid Betancourt, candidata indipendente per la presidenza alle elezioni di maggio, per barattare la sua liberazione con il rilascio di alcuni ribelli prigionieri, mentre nel marzo dello stesso anno due sicari hanno ucciso Monsignor Isaias Duarte Cancino di Cali, da sempre schierato contro i loschi affari che fanno da contorno ai protagonisti della guerra civile.

Oggi, eletto presidente Alvaro Uribe, un liberale di destra che si è ripromesso di sconfiggere la guerriglia e di riportare l’ordine nel paese, non sono spariti certo i focolai di guerra e si sono acuite situazioni di conflitto.

La popolazione vive in uno stato di semi-abbandono: le campagne sono deserte o popolate solo dai contadini e le città si riempiono a dismisura, l’inflazione rende quasi impossibile condurre una vita normale, se non per i più agiati, e manca completamente la speranza in un futuro migliore per il paese.

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