La “perla dell’India”, un tempo paradiso turistico e naturale, è dilaniata da un violento conflitto civile che oppone il governo della maggioranza cingalese alla guerriglia separatista delle “Tigri” tamil. Il bilancio di vent’anni di conflitto, le attuali speranze di riottenere la pace.
Lo Sri Lanka, un’isola situata al largo della punta meridionale della penisola indiana, di dimensioni pari grossomodo a quelle dell’Irlanda, è teatro da oltre vent’anni di un aspro conflitto civile che vede opporsi le forze governative, rappresentanti il gruppo etnico maggioritario, quello singalese, al movimento separatista dell’LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), che sostiene la causa della minoranza tamil. La “perla dell’India”, che ha vissuto la dominazione portoghese nel 1500, quella olandese nel 1650, ed è stata infine colonia britannica dal 1815 al 1948, ha patito negli ultimi vent’anni la rovina dei territori a nord e a nord-est, rivendicati dai tamil, e un clima di crescente esasperazione nel resto del paese, minacciato dai frequenti atti terroristici dell’LTTE e dalle non meno frequenti violenze della popolazione e dell’esercito singalesi sul gruppo minoritario.
I due popoli, divisi per religione (buddhisti i singalesi, induisti i tamil) e lingua (i primi parlano il sinhala, i secondi il tamil), non sono nemici naturali; il conflitto etnico è nato solo a partire dalla conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, con la necessità di costruire un’identità nazionale propria. I tamil, che costituiscono meno di un quinto della popolazione, non hanno mai avuto che un ruolo marginale nella vita politica del paese. La spinta del nazionalismo singalese e di questioni politiche interne, in particolare l’insurrezione marxista tentata dal JVP (Esercito di liberazione del popolo) nel 1971, hanno convinto progressivamente i governi singalesi ad applicare una politica di emarginazione della minoranza tamil. Nella nuova costituzione del 1972, con la quale si abbandona il precedente nome dell’isola, Ceylon, a favore di quello attuale, il sinhala è sancito unica lingua nazionale, e si stabilisce che “sarà dovere dello Stato proteggere e favorire il Buddismo”. A seguito di queste misure, si verificano i primi disordini nella zona nord dell’isola, e, nel 1976, nasce il gruppo armato dell’LTTE, le “Tigri” tamil, guidate dal leader Vellupilai Prabhakaran, che rivendica lo “Eelam”, ossia la costituzione di una patria autonoma nelle regioni settentrionale e nord-orientale.
Lo scoppio vero e proprio del conflitto si fa risalire al 1983. La scintilla è il massacro, operato dalle Tigri nella regione settentrionale di Jaffna, di una pattuglia dell’esercito governativo. In conseguenza di questo evento si verifica in tutto il paese un’ondata di persecuzioni contro la minoranza tamil, che porta in certi casi a veri e propri pogrom, come nella capitale Colombo, dove il quartiere Pettah viene praticamente raso al suolo. Ne deriva un’inarrestabile escalation di violenze: mentre il governo singalese tenta a più riprese di raggiungere una soluzione militare, l’LTTE risponde con azioni di guerriglia e attentati terroristici. Nel 1987, con l’intervento dell’Indian PeaceKeeping Force (IPKF), si raggiunge un momentaneo cessate il fuoco, ma la crescente opposizione della popolazione sia tamil che singalese all’intervento indiano costringe presto l’IPKF alla resa: dopo tre anni di intervento, l’impiego di un contingente di ottantamila uomini, e più di mille perdite, l’India si ritira definitivamente dal conflitto; pochi anni più tardi, Rajiv Gandhi, primo ministro indiano ai tempi dell’intervento, sarà assassinato per mano di una Tigre tamil. Alla fine del 1990 l’LTTE occupa nuovamente gran parte del nord del paese, mentre la zona nord est è sotto il controllo del governo, che aveva dovuto fronteggiare una nuova rivolta del JVP marxista nella zona centro-meridionale, con una feroce repressione costata 17000 vittime. I numerosi tentativi del governo di giungere a una fine delle ostilità, perpetuati talvolta attraverso sanguinose offensive, ultima delle quali l’operazione “Vittoria assicurata” (Jaka Sikurui) avviata nel 1997, talvolta attraverso la ripresa dei colloqui di pace, sono tutti falliti.
Nel 2000 la Norvegia si è presa l’incarico in sede Onu di operare da mediatrice tra le due parti in campo. Il suo lavoro ha portato, nel 2002, a uno storico cessate il fuoco che, nonostante le persistenti difficoltà a controllare il disarmo, e il protrarsi di sporadici scontri e di attentati, fino ad ora ha retto. Sul processo di pace in corso si poggia la speranza dello Sri Lanka di liberarsi da un ventennio disastroso, che ha visto entrambe le parti in lotta degenerare nell’atrocità, i singalesi con i pogrom e le violenze sulla popolazione civile, l’LTTE con gli attentati suicida e l’arruolamento di bambini-soldato; e che, soprattutto, ha fatto precipitare il paese in una crisi politica, sociale, economica dalla quale lo Sri Lanka, un tempo paradiso turistico, sembra non sapere più uscire.
Dall’inizio del conflitto, si contano circa 65000 morti, e almeno un milione di profughi.



