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Dentro e fuori

Da sempre, delitto, vendetta, pena, espiazione e perdono sono parte ineliminabile di ogni aggregato sociale. Chi turba l’ordine sociale o danneggia un altro soggetto commettendo un torto sarà tenuto a riparare: spesso avviene con modalità diverse, dipendenti dal periodo storico e dal contesto culturale. In passato la vendetta e l’autotutela sono stati gli strumenti privilegiati di difesa volti al ripristino dell’ordine sociale violato, al reintegro di quelle regole che la società riconosceva obbligatorie. Questo non deve far credere che ovunque e sempre le cose siano andate in questo modo; in alcuni contesti particolari (Tiv: tribù africana, eschimesi), la composizione dei conflitti avveniva, e ancora oggi le cose non sono cambiate, attraverso lo scherno attuato con canti di insulti che talvolta potevano risolvere il conflitto, altre portavano allo scontro fisico.

Foto di Matteo Neppi Modona

Foto di Matteo Neppi Modona

La cultura occidentale ha individuato, in particolar modo a partire dalla fine del settecento, quale metodo sanzionatorio, il carcere: la privazione della libertà. Nel tempo si sono susseguite e sovrapposte diverse teorie per legittimare e rendere “utile” questo tipo di sanzione: prevenzione dei reati, riabilitazione del colpevole, proporzionalità fra pena e reato sono alcuni dei concetti alla base delle diverse concezioni che talvolta attribuiscono la responsabilità della violazione al libero arbitrio del singolo, altre a ragioni legate alla struttura sociale. La nostra Costituzione stabilisce all’art. 27 che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Si tratta di una disposizione che mette in gioco principi e concetti complessi, non agevolmente definibili, ma sono quelli che dovrebbero indicare il significato e le modalità attraverso cui intendiamo reagire ai comportamenti che violano l’ordine sociale. Si tratta di argomenti che spesso non vengono trattati ed affrontati né dai media né dal ceto politico. Forse per la complessità dell’argomento, forse per il disagio che può suscitare parlare di persone costrette fra quattro mura, noi tutti spesso ci si dimentica dell’esistenza delle carceri: microcosmi in cui sono rinchiuse persone che non hanno rispettato le regole del vivere sociale, che hanno rubato, ucciso o corrotto.
Senza la pretesa di analizzare in modo esaustivo un tema così complesso e delicato, che tocca le fondamenta stesse del nostro ordine sociale, ci è parso importante ricordarne l’esistenza e proporre un percorso che possa dare un’idea di questo mondo “ristretto”.
Partendo da quattro interviste volte ad analizzare, attraverso diversi punti di vista, la funzione e le finalità che “l’istituzione carcere” si propone, abbiamo poi affrontato temi più specifici in modo da permettere di conoscere, almeno in parte, ciò che accade in concreto nei diversi luoghi preposti alla detenzione: la casa circondariale, gli istituti minorili e gli ospedali psichiatrici giudiziari. Infine abbiamo deciso di affrontare anche l’argomento dei Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza, in quanto, sebbene la “reclusione” al loro interno non presupponga necessariamente la commissione di un reato, impongono comunque per periodi circoscritti condizioni di restrizione della libertà analoghe a quelle carcerarie.
Buona lettura.

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