Come si lavora in carcere a fianco dei detenuti? Come si articola l’operato dei professionisti della riabilitazione e dei volontari , due realtà così diverse, ma accomunate dai medesimi obiettivi? Lo abbiamo chiesto ad Anna Greco, psicologa e responsabile dell’area trattamento del carcere di Torino, e a Claudio Sarzotti, docente presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino e Presidente in Piemonte di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale.
Qual è il ruolo delle associazioni nel sistema carcerario italiano?
Il volontariato penitenziario non è dei più sviluppati, nell’ambito dell’associazionismo, perché lavorare a contatto con l’amministrazione penitenziaria non è facilissimo; tuttavia, negli ultimi anni è cresciuto, si registra una maggiore partecipazione delle associazioni anche nel trattamento e nel lavoro di risocializzazione, che vuol dire soprattutto mantenere i contatti tra l’interno e l’esterno. L’obiettivo del trattamento è evitare che una persona reclusa perda i contatti con l’esterno, portando a quello che i sociologi della vita carceraria chiamano “prigionizzazione”, cioè l’assunzione, da parte di una persona che rimane chiusa in un posto per molti anni, perdendo i contatti con l’esterno, di una serie di comportamenti che sono molto simili a quelli che assumono gli animali in cattività.
Esiste un coordinamento nazionale tra le varie associazioni?
A livello nazionale esiste la “Conferenza Volontariato e Giustizia”, il cui compito è coordinare le varie associazioni che si occupano di volontariato penitenziario. È un organismo con riferimenti in tutte le regioni italiane; io presiedo la Conferenza delle regioni Piemonte e Valle D’Aosta.
I volontari seguono percorsi di formazione particolari?
La formazione per un volontario penitenziario è essenziale perché gli permette di conoscere il complesso mondo in cui va ad operare. A Torino da due anni a questa parte è stato organizzato dalla direzione dell’istituto un corso di formazione per volontari penitenziari, che consiste in una serie di lezioni che mirano ad introdurre i volontari nel mondo del carcere, dando loro nozioni di carattere giuridico, sociologico e psicologico. La difficoltà consiste nel mettere in sinergia diversi operatori.
In che misura l’ordinamento penitenziario prevede il coinvolgimento e la delega di certi ruoli alle associazioni?
L’ordinamento penitenziario, attraverso gli articoli 17 e 78 che prevedono la collaborazione del volontariato, fornisce principi di carattere generale che vanno poi però riempiti di contenuto concreto. Gli istituti penitenziari sono un po’ delle monarchie assolute, dove, a seconda del direttore, si hanno climi e possibilità di collaborazioni molto diversi e questo è un altro grosso limite. Lavorare per progetti significa infatti fare dei progetti per lunga e media scadenza e purtroppo, con il turn-over molto accelerato dei direttori, spesso non si riesce a garantire una continuità perché la legge è sempre interpretata discrezionalmente e quindi dà ai direttori la possibilità di letture più restrittive o più ampie. Stiamo cercando di costruire un tavolo di confronto periodico tra tutti i direttori degli istituti piemontesi e la Conferenza che rappresenta il volontariato, in modo tale che ci indichino quali sono le linee che l’amministrazione intende tenere su una serie di problematiche.
Qual è la differenza fra un volontario carcerario e un operatore professionale dell’area trattamentale?
C’è una differenza fondamentale di formazione professionale, perché uno è formato professionalmente e ha sostentamento tramite l’amministrazione penitenziaria, l’altro è un volontario che lo fa gratuitamente. Ritengo, però, che un volontariato penitenziario che si limita alla totale gratuità sia per sua natura marginale; questo perché ormai il volontario non può essere solamente una persona di buona volontà che decide di aiutare il prossimo, ma ha bisogno di formazione e capacità professionale, che si possono acquisire impegnando una parte consistente del proprio tempo. Bisogna quindi andare verso una maggiore professionalità, pur facendo attenzione a non scadere nel business, come purtroppo avviene negli USA, dove ci sono società commerciali che gestiscono gli istituti penitenziari e le attività di trattamento all’interno degli istituti. In Italia, invece, il volontariato penitenziario è ancora totalmente gratuito, per comprensibilissime ragioni etiche e religiose che io apprezzo, che però vanno coniugate con una professionalità e quindi con forme di remunerazione economica che, secondo me, non vanno demonizzate.
I detenuti hanno un atteggiamento diverso nei confronti degli operatori e dei volontari?
E’ difficile dire se i detenuti considerino diversamente gli operatori del trattamento e i volontari; direi, così a naso, che non ci sia una grossa differenza, perché entrambi si pongono dalla parte del detenuto e non in una condizione di confronto e conflitto. E’ un po’ diverso per quanto riguarda gli agenti di polizia penitenziaria, che hanno un rapporto più duro, anche perché svolgono una funzione diversa. Anche se il nostro ordinamento prevede che la polizia penitenziaria partecipi al trattamento, la cosa è molto più sulla carta che non nella realtà.
Cos’è Antigone e come lavora il suo Osservatorio?
Antigone è un’associazione che da anni si occupa delle tematiche della giustizia penale e ultimamente si è molto concentrata sul carcere; l’anno scorso abbiamo avuto dall’amministrazione penitenziaria un’autorizzazione a compiere delle visite all’interno degli istituti, senza poter parlare con i detenuti, ma avendo accesso ai luoghi e potendo parlare con gli operatori penitenziari, al fine di redigere un rapporto che dovrebbe essere una sorta di libro bianco sulle condizioni detentive in Italia. L’Osservatorio è nato per via di una carenza di dati statistici forniti dall’amministrazione penitenziaria; si è tentato di colmare una carenza strutturale dell’amministrazione, con tutti i limiti di un’associazione esterna, naturalmente, con mezzi limitati e senza alcun finanziamento. Il quadro che emerge è molto a macchia di leopardo: ci sono degli istituti e dei luoghi in cui si riescono a fare dei progetti che hanno buoni riscontri. Il problema, però, è nella visione generale dell’amministrazione penitenziaria, che negli ultimi anni riscontra una certa difficoltà ad aprirsi verso l’esterno ed è refrattaria alle spinte che arrivano dalla società civile. Il problema principale è dovuto alla chiusura mentale che c’è nei confronti di chi dall’esterno vuole “buttare un occhio” all’interno di un’amministrazione. C’è da dire che, in realtà, in molti contesti locali abbiamo trovato personale disponibile; gli stessi agenti di polizia penitenziaria, però, non riescono sempre a capire che è interesse anche dell’amministrazione stessa aprirsi di più all’esterno, perché ci sono dei problemi oggettivi del sistema carcerario che penalizzano fortemente gli operatori; un carcere che fa star meglio i detenuti consente anche agli operatori di lavorare in un clima migliore, con minore tensione, minori incidenti, minori atti di autolesionismo; questo, però, che sarebbe interesse comune, spesso non viene compreso e dunque permane la tendenza a non aprirsi all’esterno.



