Come si lavora in carcere a fianco dei detenuti? Come si articola l’operato dei professionisti della riabilitazione e dei volontari , due realtà così diverse, ma accomunate dai medesimi obiettivi? Lo abbiamo chiesto ad Anna Greco, psicologa e responsabile dell’area trattamento del carcere di Torino, e a Claudio Sarzotti, docente presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino e Presidente in Piemonte di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale.
Da quali figure è composta l’area del trattamento?
L’area del trattamento, che io coordino come responsabile, comprende educatori, psicologi, consulenti esterni esperti in psicologia o in criminologia che collaborano alle attività di educazione e psichiatri; tutte queste persone operano in carcere con un mandato istituzionale. Più in particolare ci sono sei educatori, due psicologi ministeriali, circa una trentina di esperti tra criminologi e psicologi nel ruolo di consulenti. Fortunatamente ci sono poi gli “assistenti volontari” che sono una grande risorsa perchè colmano le lacune dell’amministrazione. I volontari sono sicuramente più di un centinaio e svolgono un importantissimo ruolo di tramite tra la popolazione detenuta e la società esterna.
Vorrei ricordare che alle Vallette sono detenute milleduecentocinquanta persone con un turnover di ottomila persone l’anno.
Come si articola il trattamento e qual è il grado di autonomia dei singoli istituti?
Alla base del regolamento d’esecuzione dei programmi trattamentali c’è il principio costituzionale che afferma che la pena non deve essere afflittiva, ma deve mirare al recupero e al reinserimento. Gli interventi sono differenziati: per le persone non condannate in maniera definitiva, quindi potenzialmente innocenti, non si parla di recupero o reinserimento, ma di sostegno mirante ad evitare gli aspetti afflittivi della reclusione. Riguardo ai condannati, c’è una parte mirante al recupero, al potenziamento della revisione critica del proprio passato deviante ed al reinserimento. Il trattamento si divide in intramurario ed extramurario. Il trattamento intramurario prevede il potenziamento di una serie di interessi culturali, affettivi e scolastici o di varia natura che mirano al reinserimento sociale della persona. Vi è poi il trattamento extramurario, ovvero tutti quei benefici premiali che tengono conto di un percorso interno positivo e, nell’ottica di una gradualità del trattamento, consentono il reinserimento guidato nella società esterna. Mi riferisco a permessi, licenze e misure alternative alla detenzione, quali semilibertà, affidamento e detenzione domiciliare.
Ogni istituto si dota di un regolamento interno, ma l’autonomia è di tipo meramente organizzativo e deve essere conforme alle direttive dell’ordinamento. Viviamo questa contraddizione di un ordinamento che è molto avanzato rispetto allo stato concreto delle cose.
Come si accede e quali sono i programmi di trattamento?
E’ obbligo dell’amministrazione procedere ad un’attività di osservazione e trattamento per tutti i detenuti. Attraverso un percorso di incontri si mette a punto un programma di trattamento individualizzato che tenga conto del percorso del detenuto all’interno del carcere, delle sue caratteristiche e delle sue carenze psico-affettive.
L’accesso a un progetto, salvo che non sussistano particolari problemi ostativi, è condizionato a una selezione sulla base di alcuni criteri; un criterio fondamentale è la valutazione della pericolosità, basata più sul tipo di reato commesso che sulla durata della pena.
In generale, a seconda della tipologia di detenuto si cerca di individuare un trattamento. Per la fascia di detenuti tossicodipendenti, che generalmente costituiscono dal trenta al quasi cinquanta per cento della popolazione di un singolo istituto, ma che possono arrivare a costituirne la quasi totalità, oltre ad un’attenzione particolare all’aspetto psicologico sono previste, dal punto di vista normativo, una serie di possibilità diverse. Tra queste, l’affidamento in prova, la possibilità di espiare la pena in una comunità e altri programmi interni in accordo con il SERT. Anche nei confronti di detenuti sieropositivi si opera con particolare riguardo, anche se l’adesione a progetti di tipo trattamentario non può mai essere obbligatoria.
Riguardo al grosso nodo dell’istruzione, i detenuti delle Vallette hanno accesso a diverse possibilità: dal conseguimento della licenza media inferiore e superiore, alla formazione professionale, al polo universitario. Tuttavia, il completamento di questi programmi è condizionato alla loro permanenza nell’istituto e questo determina l’adesione di un numero assolutamente esiguo rispetto al numero complessivo dei detenuti. Per dare continuità al percorso di detenuti sottoposti a molteplici trasferimenti, ha preso il via quest’anno il progetto “Rotazione”: affiancando a ciascuno di loro un libretto che ne sintetizzi il percorso di studi e un profilo attitudinale, il detenuto potrà seguire un percorso coerente e individualizzato, grazie a un coordinamento fra i vari istituti che lo accoglieranno.
Quali sono le strutture e gli spazi preposti al trattamento e alla riabilitazione?
Per quanto riguarda le Vallette, abbiamo una sede distaccata della biblioteca civica che conta circa 7000 volumi a cui possono accedere i detenuti; inoltre, in alcune sezioni particolari, come l’alta sicurezza o il femminile, ci sono delle mini biblioteche. Poi ci sono palestre, campi sportivi, vari laboratori artigianali e le cosiddette “sale di socialità”. Riguardo ai culti vi è una chiesa interna e spazi riservati alle funzioni di altre religioni. Disponiamo di aule informatizzate per i corsi scolastici e di un teatro largamente utilizzato, al punto che, dietro richiesta dei detenuti, ho recentemente chiesto al dottor Buffa di dotarci di un altro teatro, perché uno alle Vallette non era sufficiente.
Al di là di tutti questi progetti, come si articola la riabilitazione nella quotidianità?
Tutto passa attraverso la quotidianità, perché altrimenti faremmo solo cose d’immagine che coinvolgono una marginalità dei detenuti.
La riabilitazione si attua anche prestando quotidianamente attenzione ai loro problemi e necessità. In questo senso risulta decisivo il dialogo coi detenuti che dovrebbe svolgersi periodicamente. Grande importanza è rivestita dal colloquio d’ingresso volto a comprendere i disagi di una persona per lavorare fin da subito nella direzione di un recupero, perché il carcere è un luogo di disperazione e, comunque lo si voglia abbellire, rappresenta uno dei momenti più bui nella vita di una persona.
I detenuti come considerano i programmi di riabilitazione?
La partecipazione alle attività comporta un riconoscimento da parte dell’amministrazione che viene inserito come elemento positivo nel curriculum del detenuto. Di conseguenza, spesso, l’adesione a tali iniziative è strumentale, perché ovviamente i detenuti hanno come obiettivo prioritario non il reinserimento, ma la scarcerazione. D’altro canto, queste esperienze sviluppano anche occasioni di rinforzo, gratificazione personale e opportunità di crescita per il detenuto, situazioni che portano alcuni di loro ad un coinvolgimento disinteressato. Bisogna fare attenzione a non creare troppe aspettative perché comunque l’accesso alle iniziative è limitato e questo, se non è ben spiegato, può creare antagonismi tra alcuni detenuti.



