twitter facebook picasa mail feed

CPTA: La realtà vista dal centro

Intervista a Alberto Burgarella

Ispettore della Polizia di Stato e membro della segreteria provinciale del SILP_CGIL ci racconta cosa significhi lavorare nel Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza di Corso Brunnelleschi a Torino.

Potrebbe descrivere l’iter di un clandestino dal momento in cui viene catturato a quello in cui viene trasportato al Centro di Permanenza Temporanea?
“Catturare” un clandestino non è la parola giusta. Tecnicamente si dice che “nel momento in cui si procede al controllo di uno straniero e si capisce che questa persona non è in regola con la normativa sugli stranieri, lo si accompagna coattivamente, privandolo della propria libertà personale, ai sensi di un articolo (art. 6) della legge comunemente chiamata “Bossi-Fini”, presso gli uffici di Polizia” . Qui gli operatori di polizia iniziano dei controlli sulle generalità che l’individuo fornisce. Queste generalità vengono controllate per via telematica e poiché molto spesso si rvelano false, vengono controllate anche sulla base delle impronte digitali (Cosiddetto Fotosegnalamento). In questo modo si può dimostrare se la persona in questione ha precedenti di Polizia e se sono stati adottati provvedimenti di Polizia o Giudiziari nei suoi confronti, qualunque siano le generalità dichiarate dal soggetto. Nel momento in cui si conoscono le generalità ed i nominativi che ha dato questo individuo in occasione di tutti i controlli avvenuti durante la sua permanenza in Italia, costui viene posto a disposizione dell’Ufficio Immigrazione, dove si controlla se ha una pratica di regolarizzazione in corso. Tutti gli stranieri infatti, hanno l’obbligo di regolarizzarsi per rimanere sul territorio nazionale. L’Art 6, al comma 4 della Legge Bossi Fini, indica nel limite massimo di 12 ore il termine entro il quale vanno fatti questi accertamenti. Nel caso in cui lo straniero non abbia un documento valido per la sua identificazione, senza un motivo “giustificato” viene denunciato all’Autorità Giudiziaria; vengono comunicate per iscritto, le garanzie difensive nella sua lingua d’origine e gli viene spiegato cosa prevede la legge Italiana in quel caso. Se lo straniero è passibile di accompagnamneto coattivo alla frontiera viene condotto e trattenuto coattivamente al Centro d’Accoglienza Temporanea dove tutto l’iter burocratico volto al suo rimpatrio, ha più tempo per essere svolto.

Quindi nel Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza finiscono le persone di cui non si sono accertate con sicurezza l’identità e la nazione di provenienza?
Non solo, anche le persone che sono in attesa mentre si organizza il rimpatrio in maniera coattiva, perché questa operazione non viene effettuata tutti i giorni, e per essere organizzata prevede un tempo tecnico. Il trattenimento nei centri è comunque previsto per provvedimenti amministrativi, ed è indipendente da un’eventuale commissione di reati da parte degli ospiti.

Quindi in pratica ci sono due strade possibili per uno straniero che viene sorpreso senza permesso di soggiorno in Italia?
No ce ne sono molte di più. La prima volta che viene fermato gli viene intimato di andarsene con mezzi suoi dal paese entro 5 giorni; poi se viene fermato nuovamente dopo la scadenza del termine, deve essere arrestato e condotto in carcere, perchè inottemperante all’Ordine di Espulsione del Questore. Ma qui siamo nel campo penale ed è un altro discorso. La procedura amministrativa invece prevede solamente l’espulsione coatta con accompagnamento alla frontiera. Di fatto spesso si devono esperire ulteriori accertamenti prima di espellerlo dal paese, per questa ragione i clandestini (secondo la Legge Bossi Fini) vengono portati nel centro di permanenza. Il trattenimento nel centro poiché si tratta di una privazione della libertà personale, deve essere convalidato dall’Autorità Giudiziaria (come previsto dalla Costituzione e dalla legge 286/98) entro 24 ore. La procedura è un po’ più complessa però diciamo che la teoria semplicisticamente è questa.

Quante persone ci sono nel centro di permanenza temporanea e assistenza di Torino?
Credo che il CPTA di Torino possa accogliere quasi 100 ospiti; si chiamano così.

Quando un clandestino arriva nel CPTA qual è la procedura per accertarne la nazione di provenienza?
L’ospite viene sottoposto ad un colloquio con un funzionario del consolato del paese dal quale ha dichiarato di provenire. Se la nazionalità viene accertata l’espulsione diventa esecutiva e si organizza l’accompagnamento alla frontiera. In caso contrario vengono fatti altri colloqui; se entro 60 giorni non viene accertata con sicurezza la nazionalità, l’ospite viene dimesso dal CPTA.

Cosa succederebbe se questa persona venisse fermata nuovamente, per esempio dopo una settimana?
C’è il rischio che ricominci di nuovo tutto l’iter. Può capitare, e capita.

Esiste una discrezionalità da parte della polizia nel determinare chi finisce nel CPTA?
No, sono provvedimenti adottati dal prefetto e dal questore solo nei casi previsti dalla legge. Più che di discrezionalità parlerei di casualità. Spesso i controlli di stranieri a cui conseguono accompagnamenti e espulsioni, avvengono sulla base non di una reale pericolosità degli stessi o del loro comportamento, ma a seguito di semplici “rastrellamenti” effettuati sul territorio in base alle segnalazioni fatte dai cittadini italiani circa la presenza considerata ostile di stranieri in un determinato luogo. Ad esempio sono stati effettuati servizi di questo genere su pubbliche piazze e presso Hard-Discount solo sulla base della segnalazione in tali luoghi della forte presenza di stranieri. Quindi una persona viene costretta a permanere anche due mesi in un CPTA per un controllo che l’ha colpito casualmente. Si trattta solamente di casualità, forse non è equo per questo. Il sindacato di lavoratori di polizia, a cui appartengo: il SILP per la CGIL, si è spesso lamentato del fatto che vengono fatte azioni a campione largamente inefficaci per contrastare un fenomeno che secondo la legge dei grandi numeri non può essere affrontato in questo modo. Crediamo che vada trovato un sistema per creare delle condizioni di vita migliori che permettano a questi individui di uscire dalla clandestinità.

Parlando della sua esperienza personale all’interno del Centro, può dirci come è organizzato dal punto di vista tecnico-amministrativo?
Non posso divulgare notizie che sono coperte da segreto, ma la legge prevede che all’interno del Centro l’unico organo che ha un contatto diretto con gli ospiti, è la Croce Rossa Italiana. Polizia, Finanza e Carabinieri collaborano per fornire il servizio di vigilanza.

Per legge i destinatari di una procedura amministrativa non possono essere reclusi in una casa circondariale. Nei fatti un carcere e un Centro di Permanenza Temporanea sono sostanzialmente diversi? Anche per quanto riguarda le condizioni di vita?
Assolutamente sì. Non ho una conoscenza diretta perché all’interno di un carcere non sono mai entrato, ma immagino proprio di sì; l’unica cosa in comune che hanno è il fatto che i trattenuti non possono allontanarvisi. Gli ospiti vengono trattenuti in un area, e all’interno di questa possono fare quello che vogliono compatibilmente con le strutture a diposizione. Certo non è che abbiano a disposizione tanto spazio per fare chissà che cosa. E’ una condizione simile ma, secondo me, molto diversa, per certi versi anche peggiore; questa è solo la mia opinione: in carcere sai quando entri, sai quando uscirai, hai la tua situazione abbastanza sotto controllo; nel CPTA, invece, gli ospiti cercano di nascondere la loro identità, perché se dicessero come si chiamano esattamente, sarebbero espulsi il giorno dopo, quindi sono sempre in una condizione precaria, perché non sanno quando potranno lasciare il centro.

Potrebbe fare una stima di quante persone, sul totale di quelle che entrano, vengono espulse e di quante escono perché scadono i termini di trattenimento?
Sinceramente non so rispondere, non so dare delle percentuali, ma personalmente ritengo intollerabile che anche una sola persona venga trattenuta quando non dovrebbe esserlo, e tra questi annovero sicuramente tutti coloro che vengono trattenuti sino al termine dei 60 gg. senza che vi sia alcuna possibilità di espellerli coattivamente (per esempio nel caso in cui il paese di origine impiega più di 60 gg. a riconoscere il proprio cittadino di fatto impedendo che questi venga rimpatriato).
Non mi sembra di scoprire l’acqua calda quando dico che se fossero integrati nella nostra società in una maniera più democratica avrebbero loro stessi l’interesse a rispettare le leggi del nostro paese. Non credo che i Centri di Permanenza Temporanea e assistenza siano lo spauracchio che può far rimanere lontane le persone che vogliono venire in Italia, perché ritengono che sia la loro unica soluzione per vivere. E questo lo dimostrano i fatti. Nonostante gli internamenti e le espulsioni coattive, la presenza e l’ingresso nel territorio dello Stato di clandestini oltre ad essere una costante sembra addirittura aumentare.

Gli ospiti sono trattati e ospitati nel pieno rispetto della loro dignità personale di individuo?
In linea teorica sì. In linea teorica sono posti tutti gli accorgimenti perché siano trattati nella maniera più umana possibile. In pratica però a Torino, purtroppo, gli stranieri clandestini sono ancora alloggiati in container di latta, sul piano strada in un luogo dove c’è vegetazione incolta e strutture abbandonate intorno, e di fatto convivono coi topi; diciamo che dal punto di vista igienico non è il massimo. Dal punto di vista delle regole che sono osservate all’interno non si può dire nulla, mi sembra di poter dire che viene fatto tutto il possibile. Il punto è un altro: nel momento in cui loro si trovano chiusi in una struttura da cui non possono uscire, convinti di non aver commesso atti condannabili o biasimabili e conoscendo centinaia di persone nella loro stessa condizione che liberamente vivono nella stessa città, si sentono sicuramente discriminati… e sfortunati.

Com’è prevista la comunicazione delle procedure agli ospiti. Cioè quando un ospite entra nel CPTA sa cosa gli sta capitando e perché?
Si, gli viene detto nella sua lingua. Infatti ci sono alcune incombenze svolte dal personale dell’Ufficio Immigrazione che servono a tutelare questo aspetto: come la verbalizzazione in lingua madre; il fatto che tutti gli atti a suo carico gli vengono notificati per iscritto e che ha diritto anche a fare colloqui con il proprio avvocato, garantisce il diritto alla difesa nelle competenti sedi. Va detto comunque che tale diritto spesso viene esercitato solo da chi ha commesso gravi reati in passato ed è a conoscenza per esperienza diretta della prassi legale; coloro i quali non hanno mai avuto a che fare con la giustizia (leggasi delinquenti) spesso non sanno neppure come affrontare la situazione in cui si trovano per ignoranza della legge e la mancanza di esperienza diretta. Tutto ciò fa si che indubbiamente di fatto (per assurdo) risultino maggiormente tutelati i criminali rispetto a coloro che semplicemente non possono essere provvisti di permesso di soggiorno anche solo per mancanza di denaro, lavoro (ufficiale) o cultura.

PrintFriendlyFacebookTwitterGoogle ReaderLinkedInMySpaceDeliciousShare

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Commenti

Commenti Facebook