Si comincia con la narrazione minuziosa dell’esecuzione di un parricida, tanagliato, scottato, squartato, bruciato. Siamo nel diciottesimo secolo, il supplizio rappresenta la vendetta del monarca, offeso dal delitto, esibita in tutta la sua violenza e funzionale all’economia vigente del potere. Si prosegue riportando il regolamento di una casa di detenzione, pochi decenni più tardi: una perfetta divisione del tempo, dello spazio, il detenuto come oggetto di una vera e propria scienza, fatta di rilevamenti, di giudizi, di sorveglianza. Nel mezzo, i sistemi teorici di quei riformisti, da Rousseau a Beccaria, che avevano immaginato un nuovo sistema penale che “spostasse il diritto di punire dalla vendetta del sovrano alla difesa della società”; il sogno di una giustizia che rieduca, che non si ferma alla punizione, ma si sforza di reinserire il detenuto nel tessuto sociale. Ma, si domanda Foucault, che ha a che fare la prigione con questo ideale umanista e filantropico? Perché la prigione si è subito imposta come il mezzo obbligato di questo cambiamento? E perché la proclamazione del suo scacco, ricorrente fin dal momento della sua istituzione, non ne ha mai ostacolato il mantenimento?
Scopo del saggio, scrive Foucault, è di costruire “una storia delle correlazioni tra l’anima moderna e il potere di punire”. La nascita della prigione diviene allora la chiave per comprendere un mutamento più profondo, che non investe il solo sistema penale, ma l’intera nostra società. La prigione non può essere messa in discussione perché il suo stesso compito è “produrre” la delinquenza, spingere gli illegalismi in un orizzonte limitato in se stesso e per questo sostanzialmente innocuo. “Il XVIII secolo ha senza dubbio inventato la libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi”: una società che trova la sua inquietante metafora nel Panopticum di Bentham, sogno architettonico della prigione perfetta, in cui l’individuo, cosciente di poter essere costantemente sorvegliato, si obbliga da sé alla più ferrea disciplina, vittima di un potere oscuro, anonimo, e indiscutibile.
La città disciplinare
Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi
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