Maggio selvaggio è un diario. Rigorosamente in prima persona, il narratore coincide con l’autore Albinati e di lui racconta un anno di vita al penitenziario Rebibbia di Roma come insegnante di letteratura e storia (da maggio ‘97 a maggio ‘98).
Albinati converte la caratteristica limite del diario intimo, la sua frammentarietà, nella potente, significante chiave di volta del proprio racconto. Scegliendo come esclusivo principio ordinatore dei pensieri e degli eventi una sorta di arbitrarietà umorale, quella semplice scelta aleatoria dei temi che l’appassionato scrittore serale di diario opera inconsapevolmente, Albinati ha l’occasione di miscelare e di alternare, con spontaneità e misura, un’infinita serie di esperienze sociali e intime. Sul medesimo piano sfilano, come pagine di un calendario, i ritratti vivi e asciutti dei detenuti: rapinatori, tossicodipendenti, malati di aids, settantenni ergastolani, giovani ritardati, improbabili fascisti romantici; sfilano le cronache delle lezioni coi detenuti, i ragionamenti sulla natura dell’uomo e della pena, i dischi ascoltati, i libri letti, l’impossibile ripristino di una verginità nelle relazioni con il mondo fuori, l’impossibile prescindere dalla vita dentro.
Albinati scrive una lingua piana e trasparente, una lingua seria, la lingua sicura e sorda di un soliloquio che oscilla, senza dismisure, tra il racconto annedotico puro, la riflessione squisitamente intellettuale, l’intimistico abbandono emotivo.
Raccontare il carcere: appunti di un anno “selvaggio”
Edoardo Albinati, Maggio selvaggio, Arnoldo Mondadori
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