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Evadere per capire

"La seconda volta" di Mimmo Calopresti (Italia 1995)

Calopresti racconta con questo film dalle tinte fosche il rapporto tra una vittima ed il suo carnefice, due figure particolari e insolite: la vittima è un professore che insegna all’Università di Torino ed ha una pallottola conficcata nella testa, il carnefice è la donna che gli ha sparato nel lontano ’79, una brigatista. Il difficile equilibrio che i due personaggi, indipendentemente l’uno dall’altro, sono stati in grado di ricostruire in vent’anni vacilla nel momento in cui si rincontrano: la volontà di ricostruire il proprio passato e capire il motivo di quel colpirne uno per educarne cento e soprattutto dare un senso alla scelta di quell’uno si scontra con la volontà dell’ex-brigatista di chiudere gli occhi e dimenticare.
Due immagini fanno da sfondo alla vita di queste due figure, due luoghi: una Torino grigia e piovosa e la periferia brumosa della casa circondariale delle Vallette. Entrambi i luoghi sembrano quasi disegnati sul fondale finto di un teatrino, ma in realtà sono la cornice che racconta il rapporto tra la vittima e il suo carnefice: il carcere è il luogo del ritorno, il luogo dell’annullamento della persona, dove la protagonista si chiude nel momento in cui vuole dimenticare, annullare la propria esistenza e nascondere il proprio passato; la città è il luogo dell’apertura, della riflessione, del dialogo difficile e stentato, della ricerca di un senso.
In questo film il carcere non è raccontato nelle sue oscenità, nella sua brutalità, non è descritto attraverso la vita aberrante dei detenuti, ma diventa un simbolo, è il luogo della dimenticanza, dell’oblio, dell’annullamento di quella che è la vita umana: la protagonista si rifugia all’interno della “grande casa” ogni qual volta sente la necessità di fuggire lontano da quella che è la vita vera, reale; paradossalmente nel momento in cui è più libera sente la necessità di ritornare in carcere, un luogo protetto dove sa che nessuno potrà costringerla ad interrogare il proprio passato. Il carcere è un’isola dove si vive solo il presente, dove non si può costruire una vita vera, dove non si può dare un senso reale alla propria esistenza, ma nella quale ci si rifugia proprio quando quella città, quel professore cercano il senso della vita che la protagonista ha perso da tempo; e che solo alla fine, “evadendo” dal carcere, ritroverà.

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Commenti

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=566409224 Andrea Ballatore

    questo è solo un commento di prova!

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