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Made in Italy

Intervista a Maurizio Simoncelli

L’industria italiana di armi è la settima al mondo per esportazioni. Nonostante la nostra legislazione sia una delle più avanzate nel settore, le nostre armi continuano ad apparire nelle zone di conflitto e di mancato rispetto dei diritti umani. Da quali falle le armi prodotte nel nostro paese finiscono per essere esportate dove non dovrebbero? L’industria italiana delle armi può essere considerata una lobby? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Simoncelli, membro di Archivio Disarmo e autore del libro “Armi leggere, guerre pesanti”.

Qual è stato l’andamento dell’industria italiana di armi negli ultimi anni?
Nelle esportazioni dei maggiori sistemi d’arma, carri armati, cannoni, aerei, navi, missili e così via, circa venti anni fa l’industria bellica italiana era arrivata addirittura al quarto posto a livello mondiale, facendo concorrenza perfino all’Inghilterra. Non minacciava Francia, Stati Uniti e Unione Sovietica, ma era diventata una grande esportatrice di armi, prevalentemente nel terzo mondo, a cui erano dirette l’80-90% delle esportazioni. Nel corso degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta la situazione è però cambiata profondamente: da un lato è finito il bipolarismo, con un conseguente rallentamento nella corsa agli armamenti; dall’altro è esploso il debito del terzo mondo, provocando così una diminuzione dell’export verso quest’area e quindi una profonda crisi dell’intero settore. Gli 80-90.000 addetti stimati alla metà degli anni ottanta si sono ridotti, nel giro di pochi anni, a 30.000. Molte aziende si sono riconvertite o addirittura hanno chiuso, e il gruppo Fiat ha sostanzialmente accantonato il settore. Tutto è confluito nella Finmeccanica, in pratica nel gruppo Iri. È necessario inoltre considerare alcune grandi aziende nel settore privato, tra cui il leader significativo è la multinazionale Beretta, una grande azienda a capitale privato e familiare.
Negli ultimi anni l’industria bellica italiana è andata lentamente riconquistando significative quote di mercato, al punto che mentre eravamo scesi circa al decimo posto agli inizi degli anni novanta, dal 2001 al 2002 siamo passati dall’ottavo al settimo posto. Adesso ci troviamo ad occupare un quinto o sesto posto, a seconda degli anni. Non a caso, recentemente c’è stata una presa di posizione a favore delle esportazioni nei confronti della Cina che potrebbe aprire nuove prospettive.

Che tipo di armi vengono prodotte in Italia?
Si può dire che la produzione degli armamenti in Italia sia di ogni genere, ad eccezione delle armi di distruzione di massa. Produciamo un po’ di tutto: aerei, navi da guerra, carri armati, artiglieria, mitragliatrici, armi leggere. Abbiamo un’esperienza significativa nel settore dell’elettronica militare. L’Italia è stata per tanti anni un grande produttore di mine, fabbricate da aziende del gruppo Fiat. Dopo l’adesione all’accordo internazionale di Ottawa, non sono state più prodotte né commercializzate, anche se diverse decine di milioni di mine rimangono attive nelle zone dove sono state disseminate, anche perché il costo dello sminamento è 20-30 volte superiore al costo effettivo della mina stessa.

L’Italia è produttrice delle armi cosiddette ‘a uso civile’, armi da caccia o sportive. Queste armi non hanno davvero nulla a che vedere con i conflitti e le violazioni dei diritti umani?
Tra le armi a uso civile ci sono i fucili e le pistole che possono servire per le competizioni sportive, o la doppietta a pallini per andare a caccia; ma ci sono anche armi come la Beretta calibro 9, a suo tempo derubricata da arma di tipo militare ad arma civile, o armi da caccia utilizzabili contro animali pericolosi come il leone e il rinoceronte, che in alcuni casi possono essere usate altrettanto bene contro le persone.
Questo tipo di armi è soggetto ad una legge degli anni Settanta, un periodo in cui il legislatore faceva attenzione soprattutto al possibile uso di tipo terroristico, per cui i controlli non passavano attraverso qualche ministero della difesa o degli esteri, ma attraverso il responsabile della pubblica sicurezza locale. Non è detto, però, che il questore del paesino dove ha sede l’industria sia informato di quello che sta avvenendo in Sierra Leone, e queste armi a uso civile sono andate spesso anche in aree dove sarebbe stato opportuno che non arrivassero. Ad esempio, nel periodo della guerra in Jugoslavia, armi italiane sono andate a finire in quelle zone, proprio a causa delle carenze della legislazione italiana. Anche i controlli e le sanzioni sono molto più leggeri rispetto a quelli previsti dalla legge 185 sulle armi da guerra. Il legislatore trent’anni fa non aveva previsto che queste armi ad uso civile potessero andare ad alimentare le attuali tipologie di guerra, che sono di tipo asimmetrico, con forze irregolari e non professionali.

Ci sono informazioni che in qualche modo vengono nascoste?
Che io sappia, non vi sono notizie che siano state nascoste, né mi risultano notizie false. Però mi risultano notizie non comprensibili, il che, secondo me, è un modo più elegante e più soft per nascondere. Il problema è che quando esce la relazione annuale ci vogliono degli esperti, dei veri e propri esegeti, per comprendere tutti i dati che vengono forniti. Ci sono una serie di accorgimenti in questa relazione che rendono non agevole la lettura e la comprensione di quello che sta avvenendo. Sono informazioni che non informano chiaramente.

Qual è il ruolo dell’Unione Europea nei controlli e nelle esportazioni?
I maggiori produttori di armamenti, esclusi Russia e Stati Uniti, sono proprio Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Belgio e Spagna. Eppure non esiste una politica unitaria a livello europeo per la difesa e la sicurezza, ma solamente un codice di condotta dei produttori di armamenti, il quale non è una norma a cui tutti si devono attenere. Ciò significa che, ad esempio, se l’Italia è dotata di un sistema di legislazione più avanzato (come nel caso della legge 185), può vendere una parte del sistema d’arma alla Francia che realizzerà il prodotto finito. A quel punto, se la legislazione della Francia permette un’esportazione a paesi dove invece la nostra legge non lo consentirebbe, noi ci troviamo totalmente scoperti, perché la nostra esportazione, mettiamo una mitragliatrice, la vendiamo alla Francia, che a sua volta la monta sul carro armato e la manda al paese dove noi invece ufficialmente non potremmo venderla. Si costituisce una triangolazione che per la nostra legge non dovrebbe avvenire, ma che dal punto di vista legale è fattibilissima.

Come si colloca in questo panorama la questione delle banche?
Ci sono una serie di banche coinvolte in questo settore che fanno operazioni di intermediazione bancaria; alcune sono italiane, altre sono banche straniere che hanno succursali in Italia. Il ruolo della banca è fondamentale, perché nel momento in cui uno vuole esportare deve passare attraverso una serie di procedure relative al finanziamento e all’accredito. Per essere esatti non è che le banche finanzino le industrie belliche, ma si tratta di acquisti che vengono pagati attraverso le banche; sono, comunque, soldi che passano sui loro conti, contribuendo alla crescita del loro bilancio.

Possiamo considerare l’industria di armi come una lobby, capace di influenzare le decisioni del governo?
Il generale e poi presidente degli Stati Uniti Eisenhower mise in guardia dalla forza di pressione di quello che chiamava “Complesso militare industriale”, che cercava di influenzare le scelte politiche ed economiche in relazione ai propri prodotti. Per quel che riguarda le potenze europee e l’Italia in particolare, si può sempre parlare di “Complesso militare industriale”, ma evidentemente siamo a livelli molto diversi rispetto a quelli degli Stati Uniti, dove l’industria bellica ha un ruolo non secondario nelle relazioni internazionali. Ciò non toglie che un gruppo che ha una buona capacità di pressione possa attuare una sua politica di lobby e avere una sua capacità di tessere alleanze. Non a caso molti ex alti ufficiali, al termine della loro carriera militare, cominciano a collaborare all’interno di queste industrie, mantenendo tutta una rete di contatti con il mondo militare.

Negli Stati Uniti le pressioni sono molto più trasparenti, nel senso che le industrie finanziano i partiti e i candidati durante le elezioni. In Italia invece possiamo renderci conto di questi fenomeni?
Certamente c’è una capacità di pressione da parte del settore, che si realizza stringendo rapporti con i vertici delle forze armate o può essere diretta nei confronti dei parlamentari locali al di là dei partiti di appartenenza o verso i sindacati. Anche i sindacati, che magari aderiscono a Internazionali di vario genere, poi nei fatti hanno spesso mostrato difficoltà a poter intervenire su un tema del genere.
I risultati, a volte, lasciano un po’ sgomenti, come nel caso del recente discorso del Presidente Ciampi che proponeva di riprendere a vendere armamenti alla Cina quando, tradizionalmente, noi sappiamo che questo paese non è proprio all’avanguardia nel rispetto dei diritti umani. E’ un mercato talmente grosso dove potrebbe trovare uno sbocco la nostra industria degli armamenti, che la pressione dev’essere stata tale da trovare anche una sponda istituzionale di quel genere, normalmente molto moderata e attenta.

Nei conflitti attuali sono utilizzate armi di provenienza italiana?
Sì. Soprattutto le cosiddette armi leggere ad uso civile sono andate a finire in aree di conflitto; poi sono andate a finire anche in quei paesi dove negli ultimissimi anni sono venute a crearsi situazioni delicate, ma per i quali non ci sono embarghi internazionali vincolanti, come ad esempio Marocco, Arabia Saudita, Cina e Nigeria. Le armi leggere sono andate a finire in molte altre zone “calde”: Angola, Etiopia, Eritrea, Sierra Leone, Sudan, Zimbawe e Colombia… insomma di tutto. Tra le maglie della legge 185 oppure della legge degli anni Settanta, in un modo o nell’altro, si riesce a far filtrare qualche cosa. Anche nel passato, dove c’era guerra noi andavamo. Nel conflitto Iran-Iraq, con Saddam Hussein che usava largamente armi chimiche, l’Italia ha venduto senza particolari problemi agli uni e agli altri, in piena guerra.

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