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SUDAN: la guerra infinita

3-7-2003

Grande come L’Europa occidentale, il Sudan da più di vent’anni è dilaniato da una guerra civile che ha causato più di 3.000.000 di morti. Differenze etniche, contrasti religiosi, interessi petroliferi i fattori che rendono quanto mai complessa la situazione; e le speranze dfi una stabilità sociale sembrano lontane dall’avverarsi.

Da ormai vent’anni il Sudan è lacerato da un sanguinoso conflitto che vede opposti il governo centrale di Kartoum ed il Sudan People’s Liberation Movement-Army del generale John Garang, che controlla il sud del paese.

Grande come l’Europa Occidentale, il Sudan è il più esteso Stato del continente africano, al suo interno vivono più di cento gruppi etnici differenti e altrettante sono le lingue parlate; espressione della complessità del tessuto socio-culturale e della miseria assoluta in cui vive la quasi totalità della popolazione, il conflitto è da sempre stato connotato come contrapposizione tra il nord arabo-musulmano e il sud cristiano-animista.

Quando nel 1983 il presidente dell’Unione Socialista Sudanese Nimeiri, al vertice del regime dal 1969, decise, sotto la pressione delle moschee e dei Fratelli Musulmani di Hassan Al Turabi, di adottare la Sha’ria come legge nazionale, la frattura tra Nord e Sud precipitò nella guerra civile.

Le disastrose condizioni economiche, ulteriormente peggiorate da una guerra che già allora pareva interminabile, sfociarono in una forte protesta popolare: scioperi, manifestazioni e vere e proprie rivolte per il pane destabilizzarono il regime nel Marzo 1985, tanto che, per scongiurare ulteriori spaccature dell’unità nazionale, i vertici militari guidati dal generale Dahab (ex-ministro della difesa di Nimeiri) sciolsero in aprile il partito unico socialista, destituirono Nimeiri ed instaurarono un regime militare provvisorio, in vista della formazione di un governo civile eletto con libere elezioni.

Nell’aprile 1986 si svolsero le prime elezioni libere che premiarono gli islamici moderati, penalizzando invece i comunisti e i Fratelli Musulmani che inizialmente rimasero fuori dal governo guidato da Sadiq Al Mahdi.

I significativi passi tentati dal nuovo governo, compresa la sospensione dell’odiata Sha’ria, non sortirono gli effetti sperati; inoltre, da una parte l’ingerenza di Gheddafi, ora alleato di Karthoum, e dall’altra l’aiuto dell’Etiopia di Menghistu alla guerriglia di Garang divennero soffocanti per un governo frammentato e impotente sia nell’affrontare i ribelli sia nel contrastare le pressioni dei Fratelli Musulmani. Nel maggio 1988 Al Turabi entrò a far parte dell’esecutivo come Ministro della Giustizia, ponendo come condizione necessaria al suo rientro la reintroduzione della Sha’ria.

Le speranze democratiche crollarono definitivamente e nel Maggio 1989 si arrivò ad un colpo di stato: presidente del nuovo Consiglio di Salvezza Nazionale il generale di brigata Omar al Bashir. I suoi primi anni di governo furono caratterizzati da un forte inasprimento del conflitto, all’interno del paese, e da un’azione politica volta a neutralizzare le opposizioni interne e le minoranze non-musulmane: Al Turabi, eminenza grigia del potere religioso nel paese, arrivò ad avere il controllo di una sorta di para-stato, dotato di polizia e servizi segreti autonomi, che imponeva sulla popolazione un rigido integralismo religioso.

E se all’interno il dramma della popolazione era di proporzioni sempre più vaste, in politica estera la posizione di Bashir negli anni ’90 portò il Sudan ad un isolamento sempre maggiore: l’avvicinamento alla Libia e in seguito anche all’Iran integralista accese subito l’ostilità dell’Egitto di Mubarak; e proprio un attentato fallito al leader egiziano porterà nei primi mesi del ’96 ad una serie di scontri al confine tra i due stati. La contrapposizione con l’Egitto filoamericano portò il duo Bashir- Turabi a radicalizzare la loro politica su posizioni antioccidentali. Riconosciuto come uno dei maggiori protettori del terrorismo internazionale il Sudan fu vittima di sanzioni internazionali e nell’estate ’98 alcune fabbriche nella periferia della capitale furono bombardate da caccia americani. Il dualismo al potere aveva reso la situazione sempre più instabile, con gravissime ricadute sul conflitto interno, dove il Governo era incapace di mantenere una politica per tentare di porre fine ai massacri; stretto tra una rivalità sempre crescente con il leader religioso Al Turabi e una posizione sempre più critica sullo scacchiere internazionale, nel dicembre ’99 Bashir attuò l’ennesimo colpo di mano, esautorando da ogni carica governativa lo stesso Al Turabi, e richiamando a far parte del governo l’ex premier (da lui deposto) Al Mahdi. Con questa mossa Bashir è riuscito a portare un po’ di stabilità alle istituzioni del paese; l’allontanamento di Turabi è anche servito per dare una faccia più ‘laica’ al regime, che negli ultimi anni ha mitigato la sua posizione in politica estera riallacciando rapporti con Egitto e Stati Uniti. All’interno, tuttavia, una soluzione del conflitto non è ancora stata raggiunta, nonostante una diminuzione degli scontri armati e la presenza di un contingente di osservatori internazionali, nell’ultimo anno il sud rimane ancora sotto il controllo dei generali dell’SPLA. Il numero delle vittime ha ormai superato i 3 milioni, e fa del Sudan la più sanguinosa guerra degli ultimi 50 anni.

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