Come si deve pensare una guerra, come la si deve capire e conoscere per quello che realmente è e non per quello che appare o che ci viene fatto vedere. La dicotomia tra la realtà di un paese dilaniato dalla povertà e dalla violenza e l’immagine che di quel paese ci viene trasmessa attraverso i media. Ed infine quali sono le categorie di pensiero “giuste” o “più giuste” da applicare alla guerra.
Marco Buttino, docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università di Torino, ci ha offerto spunti di riflessione sul modo di interpretare la guerra: un fenomeno molto complesso, troppo spesso etichettato come guerra etnica, di religione o terroristica.
Fotografando il mondo oggi vediamo che ci sono 30 paesi in guerra. Nonostante questo, a noi viene raccontata una realtà differente, cioè che stiamo vivendo un processo che porterà alla stabilità internazionale.
E’ possibile fare un’analisi comparata di tutte le guerre in corso?
La guerra non è più quella che si studia sui libri di scuola, non ha un inizio e una fine così definiti: non dura da una prima bomba a un’ultima bomba. Vi sono oggi molte situazioni di guerra, dove la violenza segue percorsi lunghi e complessi. Talvolta l’uso delle armi non costituisce una rottura della normalità, è un aspetto di una normalità violenta. Una situazione di questi tipo vi è, ad esempio, all’interno della Somalia. Sempre nel Corno d’Africa, il continuo ripetersi di una guerra più tradizionale tra l’Etiopia e l’Eritrea costituisce un processo che non riesce a finire, e che si unisce ad altri disastri non governati, come la fame. In Israele quando è iniziata la guerra e quando finirà? Non è molto diversa dalla guerra la situazione esistente in paesi dove lo Stato è impotente, le armi sono in mano di molti (esercito, bande locali, formazioni militari private), “signori della guerra” tengono sotto il loro controllo intere zone, non c’è acqua e manca il cibo, e così via. Le guerre di oggi non sono chiaramente distinguibili da queste situazioni di conflitto generalizzato, che spesso le precedono e le accompagnano.
Il processo che dovrebbe portare alla stabilità internazionale di cui parlate, può essere considerato prendendo in esame le situazioni di post-guerra. Spesso dopo la guerra non c’è la pace, né si ritorna alla situazione di normalità esistente prima: non vi è ritorno perché vi è una situazione nuova, e non è normalità se non la normalità del conflitto.
Cosa caratterizza queste società che hanno vissuto una situazione di conflitto e non ne sono ancora uscite?
Dal nostro punto di vista, ossia da quello di chi ne sta fuori e cerca di osservarle, un’importante caratteristica comune di queste situazioni consiste nella loro scarsa trasparenza, ossia nel fatto che la nostra capacità di conoscere è particolarmente debole. Le informazioni sono poco affidabili anche perché sono parte del conflitto: vi sono punti di vista contrastanti che riguardano aspetti diversi di quanto sta accadendo. Questo accade anche nelle situazioni di guerra che stanno al centro dell’attenzione dei media. Le informazioni esistenti sono insicure e carenti. Chi conosce quanti soldati iracheni sono stati uccisi nella recente guerra? A parte i fatti della guerra, come il numero dei nemici morti, è veramente difficile arrivare a conoscere le dinamiche sociali di un paese in conflitto. Puoi studiare i dati ufficiali forniti dai paesi in guerra, ma poi quando vai sul posto la realtà che trovi e che ti racconta la gente è completamente diversa. Qui entra in gioco l’immagine che lo Stato vuole offrire di sé, un’immagine che racconta solo parte della realtà e che deve servire a influenzare l’azione di altri Stati e delle organizzazioni internazionali. Se, ad esempio, un governo nega l’esistenza di profughi sul proprio territorio, l’ONU non interviene direttamente e si attiene alle stime ufficiali. La sovranità degli Stati, che ovviamente è un principio irrinunciabile, ha l’effetto negativo di permettere a uno Stato non rispettoso dei diritti umani di impedire ad altri di conoscere e intervenire su quanto sta accadendo all’interno dei suoi confini. L’universalità dei diritti e la necessità di un organismo internazionale in grado di farli rispettare possono fondarsi soltanto su un accordo tra Stati. Se i diritti sono imposti dall’esterno con la forza, si ottiene che alla violenza interna si sovrapponga una guerra dall’esterno in nome del bene e del giusto. La guerra in Afghanistan e in Iraq insegnano che la difesa dei diritti può diventare un pretesto.
Perché attraverso i mezzi di comunicazione non traspare la complessità di questa situazione?
I media in genere vanno alla ricerca di scoop, trasformando il conflitto da un processo sociale complesso, quale è, a un succedersi di avvenimenti di rilievo. Se un giornalista va in Afghanistan, non può raccontare che nelle case manca l’acqua da chissà quanto tempo e non c’è abbastanza cibo, perché queste sono cose che capitano anche altrove; deve per forza trovare almeno un cugino lontano di un terrorista che gli racconti quali sono le vie della droga e le sue esperienze nel campo di addestramento militare clandestino, così da “fare notizia”. Nessuno è interessato a leggere che in un villaggio afghano le condizioni di vita sono penose, ciò che interessa è il caso eccezionale. Assorbiamo dai media tanti singoli eventi e la nostra visione d’insieme è del tutto immaginaria.
Il guaio è che questo immaginario spaventevole e minaccioso, fatto di organizzazioni terroriste, armi chimiche o atoniche, polverine micidiali ecc., ha un effetto importante sui comportamenti. Se ne servono i governanti per giustificare le guerre e trovare il favore dell’opinione pubblica. Questo non è soltanto il caso delle guerre nate dall’11 settembre. Pensate, ad esempio, alle guerre dell’ex-Jugoslavia: la televisione ha giocato un ruolo fondamentale per costruire l’immagine minacciosa del nemico e mobilitare uomini in armi.
Come possiamo allora conoscere realmente quello che succede in un paese che vive una situazione di conflitto?
Mi rendo conto di risultare troppo scettico sulla possibilità di conoscere realmente e che questo atteggiamento possa portare alla conclusione negativa sulla possibilità di intervenire. Lasciatemi però continuare sulla via dello scetticismo. Non solo le parti in guerra fanno dell’informazione un momento del conflitto, ma anche le organizzazioni che operano per costruire la pace non sono esterne a queste dinamiche della disinformazione. Le organizzazioni internazionali, dall’ONU alle ong, agiscono per modificare le realtà in cui intervengono, hanno perciò bisogno di proprie informazioni e analisi di quanto sta accadendo e forniscono informazioni e analisi ad altri. Spesso questi interventi non fanno che appoggiare una delle parti in conflitto e quindi ne accettano il punto di vista. Se invece la mediazione è effettiva, mirano a costruire una verità accettabile da tutte le parti, una verità contrattata. Qui è il punto. Per queste organizzazioni non si tratta di “conoscere realmente”, ma di fornire la possibilità di una mediazione politica. Questa operazione richiede però che tutte le parti implicate nel conflitto siano messe in grado di partecipare alla trattativa e siano disposte ad accettarne le conclusioni (o costrette a farlo).
Certo il cammino è molto difficile, anche perché poggia inevitabilmente su molte conoscenze deboli e insicure. Pensate, ad esempio, a quanto siano dubbie le verità di chi ha subito violenza e chiede giustizia: le testimonianze delle vittime sono giuste e veritiere perché riflettono un’ingiustizia in qualche modo avvenuta e uno stato di bisogno effettivo. Sono però descrizioni “reali”? ovviamente no.
Lo scetticismo finisce qui. Molto infatti è conoscibile: possiamo ignorare quante siano le vittime, ma possiamo capire che delle vittime ci siano; possiamo mettere a confronto versioni diverse di quanto è accaduto; possiamo comparare situazioni; possiamo costruire interpretazioni delle dinamiche dei conflitti, ecc… C’è anche qualcosa che dobbiamo evitare di fare: penso, in particolare, che si debba evitare di ragionare nello stesso modo in cui ragionano coloro che fanno la guerra. Si tratta di non usare le loro categorie interpretative apparentemente semplificatrici e il loro schematismo manicheo, che spesso ci vengono riproposti dai media.
Cosa vuol dire applicare “altre” categorie? in che modo possiamo svincolarci dall’impostazione dei mezzi di comunicazione di massa?
Facciamo un esempio. Un pacifista, che va alle manifestazioni con la bandiera arcobaleno e protesta contro ogni intervento da parte di Stati occidentali nei confronti di altri paesi, non dovrebbe spiegarsi i conflitti in modo troppo rozzo. Trovo particolarmente fastidioso il fatto che molti ritengano che le “etnie” si fanno naturalmente la guerra, e che si tratta quindi di schierarsi, preferendo ovviamente stare dalla parte dell’“etnia” aggredita. Ritengo che le etnie non esistano (esistono le culture) se non come costruzioni politiche utili a fare la guerra, e che non vi sia in questo nulla di naturale. C’è un diffuso parlare di etnie, come se questa parola avesse la capacità di spiegare tutto, e spesso senza accorgersi che si sta dando una valenza forte a un’appartenenza come fosse basata sul sangue. Così fanno i nazionalisti accesi quando costruiscono la guerra e parlano dei diritti dei serbi o dei croati basati su una storia che va indietro nei secoli. La generazione prima della mia per indicare lo stesso concetto mitico usava la parola “razza”; ora questa parola non va più di moda perché evoca troppi disastri, e si usa il temine apparentemente neutrale di “etnia”. Vorrei che un pacifista ragionasse sul mondo in modo diverso da chi fa la guerra. Per capire il conflitto si tratta di indagare sui motivi per cui una persona si trova stretta in un’appartenenza che non può tradire e che serve ad escludere altri. Quando, come, perché questo avviene?
Molti dei conflitti di oggi ci vengono presentati come di matrice etnica. Quali dinamiche portano una parte della popolazione a combattere in nome di un’appartenenza?
A questo punto dobbiamo fare un salto indietro, siamo partiti vedendo ciò che viene dopo le guerre, ora dobbiamo guardare quali sono le situazioni precedenti, quali meccanismi portano negli anni a un radicalizzarsi delle tensioni e a farle sfociare in conflitto. Le appartenenze etniche sono delle costruzioni operate da un’élite politico-culturale per vari motivi: un forte senso di appartenenza crea una solida comunità, può dare una base sociale consistente a rivendicazioni da parte di gruppi di potere, e può servire a legittimare quegli stessi gruppi. Prendiamo il caso degli Stati nati dal crollo dell’Unione Sovietica: quando venne a mancare un potere centrale forte, le classi dirigenti delle repubbliche sovietiche si trovavano nella necessità di cercare una nuova forma di legittimazione e di organizzare il loro territorio in modo autonomo. Mancava ormai una struttura statale autorevole e in grado di garantire ordine sociale, le risorse economiche erano scarse, ampie fasce della popolazione erano impoverite. Un potere “debole” e senza legittimazione non poteva arginare la crisi sociale con misure politiche o economiche. Si affermò un’elite politica in grado di fare uso di una retorica nazionalista che richiamasse ad un’appartenenza comune, e fece appello alla sovranità popolare. Politici nuovi o riciclati riuscirono a mobilitare la gente come nazione, affermando diritti esclusivi per le maggioranze nel loro Stato ed escludendo minoranze ritenute estranee. In Jugoslavia le dinamiche “etniche” non seguirono una via diversa.
Se l’appartenenza etnica si può considerare come costruzione, è comunque vero che in funzione di questa le persone combattono. Come si può pensare che i conflitti abbiano un termine se si interviene sulle “questioni etniche” invece di decostruirle?
Rivolgerei questa domanda ai vostri lettori.



