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La diplomazia del cannoniere. Peacekeeping e interventi internazionali nelle zone di conflitto

Intervista a Carlo Jean; Roma, 23-5-2003; (telefonica)

Gli interventi di costruzione e mantenimento della pace da parte di forze esterne sono davvero il modo migliore per risolvere le situazioni di guerra? Abbiamo chiesto a Carlo Jean, Docente alla Luiss di Roma, inviato in Bosnia Erzegovina per l’attuazione degli accordi di pace di Dayton dal 1997 al 2001, di approfondire questa problematica, partendo da una competenza al tempo stesso teorica e pratica.

A livello teorico, cosa legittima un intervento sovranazionale sulle politiche di uno stato?

Il concetto di sovranità nazionale si è notevolmente attenuato con l’interdipendenza dovuta alla globalizzazione. Ora, gli stati intervengono negli affari interni degli altri paesi, per evitare il cosiddetto “contagio”: per esempio, uno stato le cui strutture siano crollate diventa facile approdo per gruppi criminali, per gruppi terroristici, per il traffico di droga, armi, e così via. Di conseguenza, la comunità internazionale, che in verità non esiste come comunità internazionale, ma come comunità di stati, ha un interesse collettivo a intervenire nell’ambito delle sfere attribuite, una volta, alla sovranità esclusiva dello stato, per riportare tranquillità, stabilità, pace, o, meglio, ordine. Questo giustifica l’intervento di carattere umanitario, oppure un’azione di accompagnamento ai processi di pace, che sono quelle caratteristiche del support operation, che vanno dagli interventi umanitari al peacekeeping, al peacemaking, al peacebuilding e via dicendo.

E nel caso dell’ONU?

Il problema fondamentale dell’ONU è che è troppo disomogeneo. Se si pensa che la Commissione dei Diritti Umani dell’Onu è presieduta da un diplomatico libico, un ex colonnello, che è pieno di sangue fino alla bocca, si ha idea di come può funzionare l’Onu. Può darsi che io abbia anche un’esperienza molto negativa dell’Onu per quello che ho visto in Bosnia: in Bosnia, l’Onu vuol dire Szrebrenica, vuol dire dispersione degli aiuti umanitari in costi burocratici, in costi assistenzialistici per associazioni non governative e così via. Dei soldi che i contribuenti occidentali inviano in Bosnia, il 60 per cento vengono assorbiti dai costi burocratici delle associazioni internazionali, governative e non governative. Forse sono più efficaci interventi di stati selezionati, o quanto meno di organizzazioni regionali, come l’Organizzazione dell’Unità Africana o l’Organizzazione degli Stati Americani, che sono più omogenee e che hanno un interesse più diretto al ristabilimento della stabilità e dell’ordine.

A mio avviso, l’Onu è agonizzante, come la Società delle Nazioni dopo l’Etiopia. E’ un mercato delle vacche, dove si comprano i voti degli altri stati, ed è un’organizzazione che, con le sue idee di universalità, non corrisponde alla realtà del mondo, perché il mondo non è universale. L’idea del villaggio globale è un’idea del tutto utopica, che non appartiene sicuramente al ventunesimo secolo; se mai, al venticinquesimo.

Dal punto di vista tecnico, che cos’è il peacekeeping e su che base opera?

Generalmente se ne distinguono tre generazioni. Il peacekeeping di prima generazione consisteva nell’interposizione tra due contendenti di una fascia smilitarizzata, presidiata da forze armate internazionali, a costituire una specie di divisione tra le due fazioni in lotta, o i due stati in conflitto. Il peacekeeping di seconda generazione è invece assolutamente legato al livello umanitario, come quello dell’Unprofor (Forza di Protezione delle Nazioni Unite, ndr) in Bosnia Erzegovina, la cui azione si manteneva neutrale. Questo, però, ha sollevato notevoli dubbi sulla sua efficacia, in quanto i Bosniaci continuavano a morire, solamente che invece di morire con la pancia vuota, morivano con la pancia piena. Il terzo tipo è strettamente associato all’azione di peacebuilding, sul genere di quello che viene effettuato in Kosovo, dove le forze internazionali penetrano nell’ambito della società, ristabilendo e garantendo l’ordine pubblico, per permettere il cosiddetto “Institution Building”, cioè la ricostruzione delle strutture pubbliche, di una classe dirigente, di un’elite politica sufficientemente consolidata, che sarà poi destinata a prendere il potere. Però, queste forze internazionali devono essere molto più omogenee: e infatti in Kosovo c’è la NATO.

E se queste forze non possono usare le armi?

Allora vuol dire che non serve a niente.

In realtà, quando ci sono truppe internazionali, ci sono degli stati dietro che le hanno distaccate, per cui un attacco ai soldati inglesi e francesi dell’Unprofor, in Bosnia Erzegovina, avrebbe provocato la reazione dei singoli paesi. Dietro ai soldati ci sono le nazioni, con i loro cacciabombardieri, i loro carri armati, e se li fanno fuori arrivano i carri armati e i cacciabombardieri. In questo senso, la capacità di una pressione “virtuale”, anche senza l’impiego delle armi, può essere efficace. Bisogna tenere conto che le fazioni in lotta, soprattutto in guerre civili o in conflitti etnico-identitari, combattono per la vita e per la morte, per il potere, per la ricchezza; di conseguenza, non si fermano davanti alle regole del diritto, che diventano astratte poiché nessuno ha la capacità di imporne il rispetto.

La “diplomazia del cannoniere”, del diciannovesimo secolo, durante il periodo della cosiddetta “pax britannica”, era fondata sull’impiego deterrente e coercitivo dell’uso della forza. Arrivava una torpediniera britannica e diceva: “liberatemi quei commercianti che avete preso in ostaggio”. E loro li liberavano perché sapevano che, nel caso contrario, sarebbero arrivati i reggimenti di Sua Maestà britannica, che gli sarebbero corsi dietro fino sulle montagne. Questa strategia ha valore in quanto c’è credibilità sulla volontà di impiegare la forza. Il National Security Strategy del 20 settembre scorso, quello del presidente Bush, tanto criticato per la dottrina dell’attacco preventivo, in realtà è una strategia dichiaratoria che ripete, in termini più sinceri, o più brutali, a seconda della prospettiva, cose che sono sempre state fatte.

Però, se l’intervento viene non da un organismo internazionale come l’ONU, bensì da singoli paesi, questo non porta a delle anomalie?

No. Se non ci sono interessi propri dei paesi, anche di prestigio, di “rango” internazionale, nessuno andrà a chiedere ai contribuenti di pagare gli interventi, o ai soldati di lasciarvi la pelle. Del resto, le organizzazioni internazionali sono organizzazioni intergovernative: solamente nelle utopie e nelle fantasticherie di qualcuno l’Onu è qualcosa di differente dagli stati che lo compongono.

Quindi, nell’intraprendere un intervento o meno, contano anche gli interessi interni ai paesi che lo decidono?

Certamente sì. Perlomeno, hanno interessi politici riguardo all’opinione pubblica. Per esempio, nell’intervento in Bosnia del ’95 c’è stato una sorta di miracolo ornitologico in Italia, e anche negli altri paesi europei, per cui i “falchi”, i militari, erano molto riluttanti a intervenire, mentre le “colombe”, i pacifisti insomma, dopo i massacri che avevano subito i musulmani, erano diventati dei guerrieri, e invocavano l’intervento armato. A un certo momento li hanno accontentati e hanno cominciato a bombardare.

Ma per quale motivo si decide qualche volta l’intervento offensivo vero e proprio, e in altri casi con forze “di pace”?

I governi sono sempre molto riluttanti a usare la forza, perché quando si impiega la forza ci sono dei costi, ci sono dei rischi, e la situazione diventa sempre molto imprevedibile; allora, spesso, preferiscono far finta di intervenire, con le cosiddette “operazioni di pace”, che di pace non sono perché praticamente consentono la continuazione dei conflitti. Placano l’opinione pubblica con qualche buona parola, però le cose rimangono come sono, e i massacri continuano, come in Bosnia.

E perché si decide di intervenire in un paese piuttosto che in un altro? Perché in alcune zone, in Africa ad esempio, un intervento “offensivo” non avviene, mentre è più facile che avvenga in altre zone?

Perché lo chiama intervento “offensivo”? Se è un intervento, è chiaro che è una proiezione di potere. Tra offesa e difesa, mica c’è differenza, se non nelle fantasie di qualcuno… Se qualcuno interviene, deve farlo con delle forze di spedizione, che devono portare la pace, l’ordine e la tranquillità, no? E, quindi, bisogna dare in testa a chi sta massacrando la gente.

Tornando alla domanda, intervenire ha sempre un senso a livello strategico. Ci possono essere delle lobby che spingono all’intervento: ad esempio, perché siamo andati a Timor Est? Perché a Timor Est ci sono cattolici, e di conseguenza per l’Italia era importante dare una risposta ai cittadini cattolici che volevano che si bloccassero i massacri.

A livello teorico, invece, non è possibile individuare un criterio condiviso da tutti che fissa l’opportunità o meno di intervenire?

No. No. Perché la democrazia è legata allo stato, al territorio. Se non ci sono dei limiti, non può esserci né lo stato, né la democrazia. Di conseguenza, gli stati saranno sempre delle entità indipendenti l’uno dall’altro, anche se collegati, con interessi convergenti, con possibilità di cooperazione. L’organizzazione statale non può essere estesa al mondo. Prendiamo l’Unione Europea: cosa significa la democrazia? Una testa e un voto? La Germania ha 80 milioni di abitanti, il Lussemburgo 500 mila; i Lussemburghesi non sarebbero rappresentati. E a livello mondiale? Scompare la Germania rispetto alla Cina? No. Di conseguenza, questo sistema di democrazia non può essere applicato a sistemi internazionali fondati sugli stati.

Quanto può influenzare la decisione di intervenire il fatto che questi conflitti siano trattati dall’informazione?

E’ chiaro: se il conflitto non viene comunicato sui mezzi di informazione di massa, il conflitto non esiste. La televisione ha ridotto le distanze geopolitiche alla distanza tra la poltrona in cui si è seduti e lo schermo televisivo. Se lo schermo televisivo non dà notizia di un conflitto, il conflitto non esiste, e non c’è niente da decidere.

Ci può raccontare in maniera specifica come si è articolata l’operazione a cui lei ha partecipato in Bosnia?

In Bosnia c’era un gruppo di militari diplomatici multinazionale, americani, olandesi, belgi, finlandesi, russi e così via, il quale aveva il compito di attuare gli accordi di Dayton del 1995 nel campo del controllo degli armamenti e delle misure per la fiducia e la sicurezza. Di fatto, ci occupavamo del censimento delle armi, e abbiamo distrutto circa 7000 armi pesanti in Bosnia, Croazia e Jugoslavia. Inoltre, avevo l’incarico di risolvere le liti, cioè, se si sparacchiavano una notte, dovevo fare un accertamento sulle responsabilità e, quando avevo bisogno di un’ azione di forza, chiedevo l’intervento della SFOR, la forza di stabilizzazione della Nato schierata in Bosnia Erzegovina.

Com’erano i rapporti con la popolazione del luogo? Ci sono mai stati casi di insofferenza popolare, di ostilità?

Beh, i serbi li abbiamo bombardati di brutto, e di conseguenza quelli che avevano ricevuto le bombe non è che ci guardassero molto bene, all’ inizio. Ma i rapporti umani sono, tutto sommato, indipendenti da quelle che possono essere valutazioni di carattere politico: è chiaro che certe volte c’ è diffidenza, e che questa si rafforza se uno ha un atteggiamento arrogante, quasi da padrone coloniale; ma se invece uno cerca i contatti, cerca di ragionare con loro, li sta a sentire, non è difficile acquistare una certa credibilità.

Alla fine di tutto, lei pensa che il peacekeeping funzioni?

Funziona se c’è la volontà politica delle parti di cessare le ostilità, e, in questo caso, qualora riesca a mantenere un livello di consenso sufficiente circa gli obiettivi, può accompagnare il processo di pace. Di per se stesso, però, il peacekeeping non mantiene né crea la pace.

In un certo senso è come il controllo degli armamenti: non è questo che crea la pace, è la pace che crea il controllo degli armamenti, che lo rende possibile; e ve lo dice uno, penso che ce ne siano pochi che hanno distrutto tante armi come me: 7400. Lo stesso per il peacekeeping: se la massa della popolazione e delle forze politiche sul campo desiderano la pace, il peacekeeping può servire, a neutralizzare talune frange estremiste per esempio; se invece esiste la volontà di continuare la guerra, allora o si interviene con la forza, e allora si porta la pace, oppure rimane uno stato in pratica di guerra continua, più o meno sotterranea, e, come si ritira la forza internazionale o diminuisce l’attenzione internazionale, la guerra riprende.

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