Un conflitto sanguinoso e violento del quale i media e l’opinione pubblica occidentale non si sono mai interessati. Una guerra civile che ha contrapposto due etnie di cultura pacifica. Per saperne di più abbiamo fatto alcune domande a Pierre Michaelis, che ha trascorso tre anni in Sri Lanka in qualità di coordinatore di progetti umanitari in seno all’ambasciata Svizzera a Colombo.
Da cosa ha avuto origine il conflitto etnico?
Durante la colonia britannica gli inglesi, che io sappia, non davano alcuna importanza alle differenze etniche. L’efficienza dei tamil (anche se in minoranza rispetto ai singalesi), il loro zelo e la loro educazione determinarono la nomina di molti di loro ai gradi superiori dell’amministrazione in quel periodo, favorendo così l’emergere di una intellighenzia tamil.
Dopo l’indipendenza e molti governi, tra cui quello di suo marito, Solomon Bandanaraike, che nel 1951 abbozzò delle misure ufficializzate in seguito (fu assassinato da un estremista buddista nel 1959), Sirimavo Bandanaraike fu eletta Primo Ministro nel 1960, divenendo così la prima donna al mondo a ottenere una tale responsabilità. All’epoca del suo secondo mandato, nel 1970, la Bandanaraike, che era stata un tempo trotskysta, impose un sistema di quote per l’accesso all’Università e ad altre istituzioni, e ufficializzò il singalese come prima lingua nazionale, a scapito del tamil.
Furono le prime misure a colpire la comunità tamil, dando il via alla nascita delle prime gravi frizioni tra i due gruppi etnici, che si trasformarono in antagonismi sempre più accesi.
Già dagli anni ’70 sanguinose repressioni di tamil si succedettero nella capitale e in tutto lo Sri Lanka.
L’LTTE è nato nel 1975. Come ha raggiunto la leadership all’interno della comunità tamil?
Ci sono sempre stati molti partiti politici tamil, a riflettere il ventaglio di opzioni politiche classiche. L’LTTE è diventato dal 1985 il più radicale di questi, intransigente sulla creazione dell’Eelam, patria tamil sognata indipendente e separata dai singalesi.
Possiamo considerare questo partito (e il suo braccio armato) “massimalista”, visti i suoi metodi e la violenza estremista propugnata.
Prabhakaram, leader dell’LTTE, si presenta come il “Che Guevara” della lotta tamil. Qual è effettivamente il suo ruolo, e come si presenta il suo personaggio agli occhi della popolazione?
Prabhakaram era il leader del braccio armato dell’LTTE (quando Balasingham era il suo capo politico). Mai fermato dall’armata singalese, grande stratega, è sempre vissuto nella clandestinità ma appariva talvolta in pubblico (nella zona tamil, naturalmente) e fu a capo di spettacolari azioni di guerriglia sempre più sanguinarie. Da figura eroica progressivamente è diventato un personaggio prima criticato e poi maledetto da gran parte della comunità tamil (sempre conservando un gruppo di partigiani irriducibili), per via del reclutamento forzato di bambini (ragazzi e ragazze) e delle molteplici tassazioni imposte alla popolazione, in proporzione alla loro ricchezza, in Sri Lanka come all’estero. Infine, senza dubbio, l’ultima ragione di questo cambiamento di considerazione nei confronti di questo leader carismatico fu causato dall’irrealizzabilità, sempre più evidente, della creazione dell’Eelam, di fronte alla determinazione dei diversi governi singalesi e all’imponente messa in campo di forze armate al fine di annichilire l’LTTE.
Come ottiene l’LTTE i finanziamenti necessari a fronteggiare un esercito regolare?
Per quanto ne so, da un lato soprattutto tramite “imposte di guerra”, ottenute sotto minacce fisiche agli interessati o ai loro cari rimasti in patria, dai lavoratori tamil emigrati all’estero (questo mi è stato confermato in Svizzera) e d’altro lato tramite il traffico di eroina (questo è stato evocato più volte nell’ambito diplomatico). È anche confermato che l’LTTE manteneva legami con altre guerriglie indipendentiste di altri paesi.
Quale ruolo ha giocato l’India nel conflitto? Quale conseguenza ha avuto l’intervento dell’IPKF (Indian PeaceKeeping Force)?
Quando sono arrivato in Sri Lanka l’IPKF era già presente, e non conosco bene i dettagli della domanda di intervento da parte del governo singalese (degli accordi in questo senso dovevano esistere all’epoca tra i due paesi). Ciò che è chiaro è che l’India considerava lo Sri Lanka come facente parte della sua sfera di influenza geopolitica, ed era tenuta ad affrontare gli oppositori tamil come propri nemici. L’India temeva d’altra parte che il nazionalismo radicale dei tamil dello Sri Lanka si diffondesse nel sud dell’India. L’assassinio del presidente indiano Rajiv Gandhi, figlio di Indira, da parte di un kamikaze del Tamil Nadu è stato un esempio in India della violenza e del risentimento della comunità tamil verso il potere centrale indiano, simile a quelli dei tamil Srilankesi.
L’azione dell’IPKF fu un fallimento, i suoi soldati non erano affatto motivati, e sono state denunciate numerose violenze ed estorsioni commesse da questi.
Durante la sua permanenza in Sri Lanka, ha fatto esperienza delle atrocità che caratterizzano questo conflitto?
Ero un osservatore inviato dall’aiuto umanitario svizzero in Sri Lanka al seguito di un accordo di pace (rotto molto rapidamente) per preparare il rimpatrio dei tamil rifugiati in Svizzera. Le mie funzioni erano, al seguito dell’ambasciata svizzera, di identificare e di mettere in pratica dei progetti umanitari che permettessero di migliorare le condizioni future di questi rifugiati nella loro regione d’origine.
Tuttavia sono stato personalmente testimone sia di violenze sia di atti barbari commessi da un’altra guerriglia, sbaragliata rapidamente dalla repressione singalese, quella del movimento radicale del JVP, guerriglia singalese antigovernativa di origine marxista ma di ideologia confusa, attiva nel sud del paese: cadaveri avvolti da un pneumatico galleggiante in un fiume e incendiati, teste decapitate lasciate davanti all’entrata delle scuole… Lo stesso JVP ha imposto a più riprese alla popolazione della capitale le giornate di “hartal”, cioè di disobbedienza civile, impedendo tutti i commerci, e questo anche per parecchi giorni, sotto minaccia di rappresaglie verso i commercianti, o le loro famiglie, che non rispettavano queste misure.
D’altra parte io non vivevo lontano, a Colombo, dal luogo dove una delle bombe piazzate dall’LTTE ha fatto decine di morti e un gran numero di feriti. Infine, negli ospedali che ho visitato, mi hanno frequentemente segnalato un gran numero di suicidi tramite veleno per topi o pesticidi, in maggioranza di donne di ambienti disagiati.
In che misura è stato efficace l’intervento umanitario?
I beneficiari dei nostri progetti erano evidentemente soddisfatti dall’intervento che loro era portato, soprattutto se di origine internazionale, poiché questo mostrava che non erano dimenticati. Io so, per esempio, che un progetto nel settore medico, a Mannar, concluso nel 1991, funziona ancora adesso. Tutti i nostri interlocutori incoraggiavano l’aiuto umanitario e, se si considerano i differenti progetti in diversi settori (sanità, infrastrutture, aiuto medico d’urgenza come quello praticato da Medici senza frontiere, con 4 equipe per tutta la durata della guerra, con in ognuna un chirurgo e un anestesista che cambiavano ogni mese), e se si mette in parallelo con la riuscita finale della mediazione della Norvegia in vista di un accordo di pace, possiamo pensare che questo intervento sia stato positivo. Ci sono state molte teorie differenti, anche contrarie, sull’efficacia dell’aiuto umanitario. Personalmente, sono dell’avviso che sia un dovere, soprattutto da parte dei paesi favoriti dalla loro florida economia, intervenire per ragioni umanitarie e destinare una percentuale dei loro budget, anche se minima, a azioni umanitarie e di sviluppo a corto, medio e lungo termine. Lo spreco, la corruzione, frequentemente citate da quelli che mettono in dubbio l’efficacia di queste iniziative, non devono giustificare il disinteresse per le popolazioni vittime dei diversi conflitti moderni.
Qual è stato il ruolo dei media nel conflitto?
Prendendo in considerazione solo l’esempio della Svizzera, dove la questione dei rifugiati tamil ha suscitato molte polemiche tra i partiti politici, direi che l’evoluzione del conflitto è stata coperta correttamente dai media. Il fatto che il capo dell’ufficio federale dei rifugiati nell’occasione di una delle sue visite di valutazione nello Sri Lanka sia stato presente personalmente ad uno scontro molto violento ha avuto un grande riflesso sulla stampa. Devo dire tuttavia che in questi ultimi tempi, all’incirca dalla tregua accettata dalle due parti, poche informazioni sono state date in proposito, anche se è un periodo molto importante per il paese, che dovrebbe condurre ad un accordo di pace ufficiale e ad un nuovo statuto costituzionale per la parte tamil dell’isola.
Come negli altri conflitti, è il degrado spettacolare e macabro delle azioni dell’LTTE che ha attratto l’interesse dei commentatori mediatici.
L’intervento della Croce Rossa è servito ad aumentare l’attenzione dei paesi occidentali sulla situazione in Sri Lanka?
L’apertura di una delegazione della CRI nel 1989 è stata importante nell’ambito diplomatico dove erano sovente gli stessi paesi donatori che beneficiavano delle informazioni sulla situazione in corso che dava periodicamente la croce rossa, preservando la riservatezza prevista negli accordi. D’altra parte, poco dopo la sua apertura, questa delegazione ha avuto un gran numero di mezzi e di delegati, poiché la CRI copriva tutti i paesi e teneva rapporti sia con i membri dell’LTTE sia con quelli del JPV imprigionati dalle forze governative.
Perché i precedenti tentativi di pacificazione sono falliti? Quali sono le prospettive del processo di pace attualmente in corso?
Non conosco esattamente le ragioni dei fallimenti passati, se non l’intransigenza già menzionata dell’LTTE e le reticenze ancora numerose all’interno del governo singalese. Attualmente, ed a causa di circostanze storiche differenti, il processo in corso sembra essere consolidato e le prospettive mi sembrano essere molto positive. Una riserva tuttavia è da fare in riferimento al sempre possibile risorgere del conflitto etnico.
Quale influenza ha avuto l’11 settembre sul conflitto e sul processo di pace?
Determinante, poiché ha accelerato molto la presa di coscienza da parte dell’LTTE della non realizzabilità crescente del suo progetto, essendo sulla lista nera delle organizzazioni giudicate “terroristiche” dal governo americano. D’altra parte, lo sforzo bellico singalese diventava sempre più ingente e paralizzava l’economia già vittima della crisi del turismo, settore chiave per lo Sri Lanka.



