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Senza terra e senza diritti

Occuparsi della questione della terra in Brasile significa entrare in un universo di problematiche vasto e complesso, dove, per milioni di persone, le ragioni del diritto si incrociano con le esigenze di sopravvivenza e le istanze di giustizia sociale. Da un lato una moltitudine di persone estromesse dalla lavorazione della terra e allontanate dai campi, dall’altro una ristretta classe di grandi latifondisti che possiede la maggior parte del suolo coltivabile. In Brasile l’1% dei proprietari detiene più del 40% della terra, aziende agricole di proprietà di multinazionali occupano aree sterminate, impiegate in coltivazioni estensive o lasciate incolte per l’allevamento del bestiame. In entrambi i casi poche centinaia di contadini e allevatori sono sufficienti a gestire terreni che si estendono anche per decine di migliaia di chilometri quadrati.Una tale sproporzione tra la concentrazione della terra nelle mani di pochi proprietari e la massa di persone che vivono ai margini di questo sistema, allontanate dal lavoro nei campi, fotografa l’immagine di un paese che, nelle statistiche delle Nazioni Unite figura come lo Stato con il maggior livello di diseguaglianza sociale al mondo.
Il processo di concentrazione della terra, avviato tra gli anni ’60 e gli anni ’70 del ‘900 dai governi della dittatura militare, in un’ottica di sviluppo capitalista e di modernizzazione in senso imprenditoriale dell’agricoltura, ha fatto sì che migliaia di persone, braccianti, contadini affittuari o piccoli proprietari fossero espropriate della terra e del lavoro nei campi, loro unica fonte di sostentamento. E’ in questo modo che è venuta a formarsi quella moltitudine di miserabili, per i quali l’allontanamento dai campi ha significato non solo la perdita del lavoro, ma ha rappresentato anche un netto sradicamento dal contesto abitativo e dall’ambiente sociale in cui erano inseriti. Organizzato dal 1984 nel Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), il popolo dei senza terra ha portato avanti negli anni una lotta che mira alla realizzazione di una riforma agraria che redistribuisca equamente la terra ai contadini. Tuttavia il senso delle lotte e delle rivendicazioni dei sem terra va ricercato non solo in un’istanza di tipo sindacale: nella loro visione la terra non è strumento in un’ottica di mercato, bensì il nucleo sociale di base, mezzo per il sostentamento e la sopravvivenza, ma anche sfondo per la costruzione di una socialità basata sul lavoro e sulla cooperazione tra piccoli nuclei di proprietari. Il metodo principale attraverso cui si espleta la lotta dei senza terra è quello delle occupazioni: gruppi di persone e intere famiglie si installano in zone marginali e incolte delle grandi fazendas. All’occupazione seguono solitamente battaglie sul piano legale, affinchè venga riconosciuto il diritto dei sem terra ad avere un campo da coltivare e le terre occupate vengano loro affidate ufficialmente attraverso la decisione di un tribunale. Il giudice può stabilire la suddivisione dell’area occupata in piccoli appezzamenti –gli assentamentos- che vengono assegnati, per sorteggio, alle famiglie occupanti che ottengono così un terreno da coltivare.
Tra la violenza senza quartiere della polizia e dei fazenderos, che spesso assoldano dei veri e propri eserciti privati per sgombrare le terre occupate, e le difficoltà del governo nell’attuare una radicale riforma agraria, che ponga fine al dramma dei senza terra, ogni anno decine di conflitti, di violenze, di vittime testimoniano la profonda spaccatura che esiste all’interno di una società in cui a milioni di persone sono negati diritti di base. In occasione del Primo Forum della Cooperazione Decentrata Italia- Brasile, che si svolge a Torino dal 21 al 23 settembre 2005, abbiamo deciso di proporre, in collaborazione con l’ISCOS, ONG cittadina che da anni segue progetti di cooperazione in Brasile, una riflessione su una realtà così poco conosciuta. Nell’impossibilità di racchiudere in un numero speciale un approfondimento organico e completo sui molteplici e, spesso, contradditori aspetti della questione agraria brasiliana, si è scelto di affrontare il tema dal punto di vista di chi quotidianamente lavora con i sem terra fornendo loro supporto legale: gli ‘avvocati popolari’ della RENAP (Rede Nacional de Advogados Populares) non solo operano per tutelare i diritti di chi lotta per la terra, ma svolgono anche una importante opera di formazione di una coscienza giuridica nelle persone, affinchè siano i lavoratori stessi a portare avanti, in prima persona, le loro istanze etiche e giuridiche. Le interviste ad Alexandra Xavier Figueiredo e a Paolo Roberto Louback, avvocati del Centro Juridico Popular della città di Teofilo Otoni (stato del Minas Gerais), portano in primo piano la dimensione ‘sociale’ della lotta dei sem terra, sottolineando come l’occupazione sia solo uno dei momenti e delle espressioni di un disagio più ampio, che passa in primo luogo attraverso la necessità di prendere coscienza e affermare i propri diritti.
Affiancano le interviste alcune foto del reportage realizzato da Silvio Dealessandri nel 2004 presso il Centro Juridico Popular di Teofilo Otoni che ci conducono nei luoghi fisici in cui gli avvocati operano quotidianamente; una sitografia e alcuni dati schematici sulle fasi e le dimensioni della questione agraria in Brasile offrono alcuni spunti per approfondire una riflessione che in questa sede si è solamente potuta avviare.
Buona lettura.

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