Con la guerra, la droga non c’entra. Le vere cause sono la sperequazione sociale, l’aridità della classe politica, l’abitudine di mettere in piedi milizie private. Questa l’analisi di Guido Piccoli, giornalista, che da anni si occupa della situazione Colombiana; è recente la pubblicazione di un suo libro sull’argomento.
Oggi cosa succede in Colombia?
Il conflitto continua in maniera sempre più violenta e barbara. La novità è che mai come ora gli Stati Uniti sono coinvolti ed è anche possibile un loro intervento diretto.
Chi sono e come interagiscono le varie forze che combattono all’interno di questa guerra?
L’attore principale è lo Stato. Uno Stato che difende un potere molto esclusivista, con un apparato che conta esercito, polizia, varie polizie segrete.
Vecchia ormai di più di 40 anni c’è una guerriglia comunista, divisa in due grandi frange: le farc, forse la più grande guerriglia del mondo, e l’ELN: molto più ridotta, molto più colpita militarmente negli ultimi anni.
Poi ci sono i gruppi paramilitari: la Colombia è il paese in cui il fenomeno paramilitare, inteso come tendenza alla privatizzazione dell’uso della forza, ha avuto più successo. L’esercito paramilitare, le Autodefensas Unidas de Colombia contano di sicuro molte migliaia di unità.
I Narcos hanno perso la loro importanza come soggetto politico-militare, dalla scomparsa dei due grandi cartelli, quello di Cali e quello di Medellìn, con la morte di Pablo Escobar il 3 dicembre del ’93.
Il narcotraffico nel suo complesso, ma non più i Narcos in prima persona, finanzia tutti i soggetti.
Finanzia tutti indistintamente?
Sì, anche se in maniera diversa. I Narcos sono una cosa, il narcotraffico un’altra.
Nella lotta contro la guerriglia i grandi narcotrafficanti hanno una comunanza di interessi soprattutto con i paramilitari e in parte anche con l’esercito; i Narcos sono anche latifondisti e industriali, e in questo senso i rapporti con la guerriglia sono antagonisti perché questa cerca di estorcere denaro con la minaccia del sequestro, dell’uccisione.
Il narcotraffico finanzia un po’ tutti: finanzia la guerriglia nella prima parte del ciclo produttivo, che è quella della coltivazione. La gran parte delle zone da cui proviene la materia prima sono sottoposte al controllo della guerriglia, che impone una tassa su qualunque ricchezza si muova in zona.
Nella fase forse più redditizia, che è quella della commercializzazione, finanzia sicuramente i paramilitari, perché sono quelli che controllano tutti i porti d’imbarco.
Anche se la droga in genere fornisce soldi a tutti, questa non è certo una guerra che nasce dalla droga: è una grande menzogna.
La guerriglia ha delle rivendicazioni precise, di tipo economico o sociale?
La guerriglia colombiana ha un programma che noi potremmo definire socialdemocratico. Vogliono riforme, prima di tutto la riforma agraria. Però parlare di riforma agraria e soprattutto attuarla nei paesi del terzo mondo è di per sé un obiettivo sovversivo, basti pensare a quello che è successo (in Venezuela, ndr) a Chavez: egli ha incominciato, anche forte di un successo elettorale notevole, a realizzare la riforma agraria e altre riforme, e si è subito scatenata l’opposizione di tutti i proprietari terrieri e le multinazionali. Le Farc hanno indubbiamente un programma rivendicativo che potrebbe essere definito socialdemocratico, ma nel quale c’è anche l’idea di una presa del potere che democratica non è.
I paramilitari sono i proprietari terrieri?
I più grossi paramilitari sono proprietari terrieri, così come fra i più grandi mafiosi ci sono paramilitari. I loro leader attuali Carlos Castana e Salvatore Mancuso, sono grandi latifondisti; la cosa più normale che viene da fare, quando ti fai i soldi, è investire in terra. Il discorso è ancora più articolato perché la pratica maggiore dei paramilitari è distruggere personalmente e poi organizzativamente l’opposizione sociale e politica, accusandola di essere filoguerrigliera. La distruzione avviene attraverso atti di barbarie e massacri che portano la gente a scappare dalle terre, che vengono acquisite di forza, quasi come un bottino di guerra.
La lotta alla guerriglia viene presa quasi come un pretesto?
Un pretesto che spesso è anche un pretesto economico. C’è uno studio, che ho citato nel mio libro, uno studio delle Nazioni Unite che dimostra che solo il 30% dei massacri vengono fatti in zone dove c’è una presenza guerrigliera, mentre nel 100% ci sono progetti di costruzione di infrastrutture, come il Canale di Panama 2, oppure sono stati scoperti giacimenti di petrolio, di minerali…
E il governo che ruolo ha in tutto questo?
Il governo ha in atto una guerra principale e una secondaria.
La guerra principale del governo è contro la guerriglia, perché, in genere, i governi proteggono il sistema politico, che è basato da 150 anni su una specie di duopolio liberali e conservatori. E difende un’oligarchia che è tra le più miopi, avare e violente dell’America Latina. Questo duopolio politico, partitico, e l’oligarchia hanno impedito il crescere di qualsiasi tipo di opposizione sociale e politica a tal punto che nella storia colombiana anche ex-generali che volevano essere populisti sono stati eliminati.
Qualunque tipo di progetto di trasformazione riformista è stato violentemente bloccato. Ci sono anche stata proposte di pacificazione, e compromesso. L’ultimo governo ha concesso alle Farc una zona smilitarizzata; ma quello che manca è la disponibilità del potere economico, composto da persone ricchissime, di concedere qualcosa, di fare qualche sacrificio per concedere riforme sociali che possano attenuare il livello di ingiustizia.
Il governo si muove in quest’ottica e assegna all’esercito la funzione molto ingrata di mantenere il potere.
La guerriglia è così forte perché è continuamente alimentata da fatto che non si può fare opposizione legale, ed è destinata ad aumentare nonostante tutto.
La ragione della guerra è un livello di ingiustizia intollerabile: i tre quarti della popolazione sono sotto il livello di povertà e all’ingiustizia sociale si accompagna una ingiustizia pratica, come l’impunità totale per qualsiasi delitto e una violenza grandissima. Il diventare guerrigliero diviene quasi spontaneo. Se fossero dei violenti lontani dalla popolazione non durerebbero tanto.
Il conflitto è quindi destinato a continuare all’infinito se non c’è una pacificazione e anche lo stesso esercito che controlla ben poco, in percentuale, del vasto territorio, deve appoggiarsi ai paramilitari: un fatto negato, ma evidentissimo a tutti gli osservatori imparziali, dalle Nazioni Unite ad Amnesty.
Non ci sono altre forze politiche che abbiano dei programmi diversi o che contrastino questa tendenza a lottare contro la guerriglia e schierarsi coi paramilitari?
C’è la cosiddetta società civile, che conta vari movimenti, ma molto timidi e molto decimati dalla “guerra sporca”. L’ultimo esperimento forte venne fatto 15 anni fa: era l’Unione Patriottica, che si fondò dopo un trattato di pace con la guerriglia ed era formato da conservatori liberali, ma questo movimento venne sterminato al ritmo di un morto ogni 19 ore. Il movimento Unione Patriottica si presentò alle elezioni nel 1986 ed ebbe anche un notevole successo da solo e con le liste civiche, ma non esiste più perché sono stati uccisi tutti.
Non si può pensare ad una mobilitazione della popolazione civile soprattutto nelle città?
C’è una società civile, ci sono personaggi coraggiosi, organizzazioni che si danno da fare, ma più hanno la capacità di presentarsi elettoralmente, più sono obiettivo militare. Per esempio, su 100 sindacalisti uccisi nel mondo 90 sono colombiani. C’è una tolleranza fino ad un certo grado; ad esempio sulle riviste, che costano come un giorno di salario medio, si scrivono delle cose notevoli, anche sul terrorismo di stato, ma anche il maggior numero di giornalisti morti è in Colombia. C’è una libertà di stampa parziale nel senso che uno deve conoscere i limiti oltre i quali non può andare. La società civile si muove ma sempre con l’incubo di superare quel limite.
Dunque gli attivisti dei diritti umani ci sono ma, come diceva Escobar quando mostrava qualcuno da ammazzare, “Puntano al gladiolo”, indicando il fiore che si mette sulle tombe.
Gli USA quali obiettivi si sono posti e quali risultati hanno raggiunto?
La lotta alla droga è un pretesto, e questo è evidente dal fatto che il narcotraffico non solo non è diminuito ma è addirittura aumentato. Gli obiettivi reali sono il controllo di un territorio ben più vasto della Colombia, quello della zona andina, che è molto ricco di petrolio.
Per attuare questo controllo a chi si sono appoggiati gli USA?
Al governo, che del resto si è sempre dimostrato molto fedele agli Stati Uniti. E questo lo dimostra il fatto che la Colombia è stata l’unico stato sudamericano nella lista dei paesi a favore della coalizione angloamericana in Iraq.
In cambio cosa ottiene?
In cambio riceve in parte aiuti finanziari-militari, ma soprattutto ottengono vari benefici i presidenti e tutte le persone che sono al potere. Lo sfruttamento petrolifero è più favorito in Colombia che in qualunque altro paese. Quando una multinazionale entra nel territorio e fa ciò che vuole, sa poi certamente a chi dare le sue regalie, basti ricordare il massacro delle bananeras, nel 1928, fatto fare dall’esercito per conto della United Fruit.
La popolazione come vive questa situazione?
In maniera angosciata, perché non vede soluzione. Non crede alla pacificazione ed è stato anche questo ragione del successo della proposta di Uribe di un “mano dura”.
E’ possibile che una situazione come quella colombiana si possa verificare in altri paesi dell’America latina?
No. Situazioni di povertà ce ne sono un po’ dappertutto, così come situazioni di ingiustizia, ma la caratteristica diversa è l’esistenza di un sistema politico così bloccato, che apparentemente è democratico: si dice sempre che in Colombia nel secolo scorso c’è stato un solo colpo di Stato. Certo, non ne hanno avuto bisogno perché hanno usato altri mezzi, e soprattutto in Colombia c’è una abitudine storica, diventata anche costume politico, nell’utilizzare la violenza e l’omicidio come normale prosecuzione della politica. Il passo alla violenza è molto breve, proprio per il suo uso da quando si è formato il paese.
E poi ci sono gli esempi dei narcos per cui la scalata sociale avviene soprattutto tramite il crimine.
Bibliografia
PINO CACUCCI, Camminando. Incontri di un viandante, Feltrinelli, 1996.
AAVV., Pablo e gli altri, ed. Gruppo Abele, 1994; (su Pablo Escobar e altri Narcos).
GUIDO PICCOLI, Colombia, il paese dell’eccesso, Feltrinelli, 2003.
GABRIEL GARCIA MARQUEZ, Cent’anni di solitudine.
GABRIEL GARCIA MARQUEZ, Vivere per raccontarla.



