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Guerre e sofferenze ai bordi del mondo: le ragioni di una censura inconsapevole

Intervista a Ignacio Ramonet; Parigi, 5-5-2003

Bombardata da migliaia di notizie che vogliono stupire, l’opinione pubblica contemporanea può facilmente cadere nella trappola della pretesa onniscienza. Eppure le immagini di violenza e di morte veicolate attraverso i mezzi di informazione spesso ripetono scenari arcinoti e nascondono conflitti che riguardano milioni di persone. Attraverso un dialogo con il direttore de “Le monde diplomatique” abbiamo cercato di capire perché i media nascondano molte più guerre di quante non ne svelino

In primis, quali sono le motivazioni principali che spingono i media a interessarsi a un conflitto?
Bisogna innanzitutto capire perché le guerre interessano il mondo dei mass media. In una gerarchia delle influenze sulla scelta degli argomenti, inserirei al primo posto tutto ciò che esce dall’ordinario; e la guerra è il più grande avvenimento che esce dall’ordinario. In secondo luogo, l’interesse scaturisce da tutto ciò che deriva dalla sofferenza, e nella guerra la sofferenza è assai presente. Inoltre, i media contemporanei si interessano molto a tutto ciò che ha a che fare con il pathos. Quest’elemento è veicolato dagli eroi e la guerra è un avvenimento nel quale gli eroi possono apparire. Ultima considerazione: la televisione vuole affascinare il pubblico soprattutto grazie alla possibilità di captare l’evento in diretta e oggi, effettivamente, è possibile anche per i bombardamenti e le loro conseguenze.
Nonostante ciò, vi sono alcune guerre che interessano i media e altre che sono completamente dimenticate. Bisogna capire che il primo obiettivo per un mezzo d’informazione è riuscire a parlare di qualcosa che interessi il pubblico, e una certa nazione è interessata innanzitutto alle guerre che riguardano direttamente l’impiego di proprie forze armate. In secondo luogo ci si interessa alle guerre fatte dagli Stati Uniti, poiché loro sono una sorta di “super-io” che veglia sull’insieme dei paesi occidentali. Inoltre gli Usa sono un concentrato di media, e se il governo americano decide di intraprendere un’impresa militare tutti questi media seguono l’avvenimento, con relativa influenza sugli altri media nel mondo. Tutto ciò porta a capire che c’è una sorta di gerarchizzazione delle guerre: una guerra “americana” interessa sempre, anche per la sua dimensione mondiale; una guerra in Costa d’Avorio, per esempio, interessa i francesi, che hanno inviato dei soldati, ma non altri; una guerra anche particolarmente violenta, come può essere stato l’inizio del conflitto Hutu-Tutsi in Burundi, non interessa nessuno o quasi.

In alcuni casi, è possibile che l’interesse a un conflitto possa essere determinato dalla pressione fatta da un gruppo politico, economico o culturale a favore o contro l’informazione sullo svolgimento della guerra?
Dipende dal contesto, ma credo che attualmente sia piuttosto difficile. Questa dinamica appartiene soprattutto al passato coloniale. Maupassant, nel libro Bel-Ami (1885), racconta la pressione dei gruppi economici francesi per la “pacificazione” dell’Algeria. Randolph Hearst negli Usa incitò il presidente McKinley a fare la guerra contro la Spagna per il possesso di Cuba e delle Filippine (1898). Oggi possiamo cogliere l’esempio degli interessi delle imprese diamantifere del Sudafrica in Sierra Leone. Possiamo anche cogliere l’esempio del conflitto iracheno, nel caso in cui si voglia vedere quest’ultimo come il debutto di un neo-colonialismo, non inteso come imperialismo economico, ma come vera e propria conquista per il controllo delle ricchezze di un paese. Tuttavia sono ancora casi isolati.

È innegabile, però, che vi siano alcuni conflitti sui quali i media, anche a causa della pressione delle rispettive comunità, hanno sempre uno sguardo attento. Perché il conflitto israelo-palestinese ha una tale risonanza in tutto il mondo occidentale e non solo?
Per quello che concerne il Medio Oriente bisogna fare una distinzione tra i motivi dell’interesse europeo e di quello americano.
Nel primo caso vi è innanzitutto un legame dettato dalla prossimità geografica. Poi, vi è una responsabilità storica legata alla sorte del popolo ebreo e di quello palestinese: da un lato l’antisemitismo sfociato nella tragedia dell’Olocausto, ma “coltivato” a più riprese attraverso episodi di discriminazione; dall’altro la dominazione coloniale della Gran Bretagna in Palestina e della Francia in Libano. C’è una sorta di coscienza sporca. Inoltre, in Europa risiedono diverse comunità musulmane o ebraiche, che seguono con interesse lo svolgimento delle vicende.
Gli Stati Uniti, invece, non hanno responsabilità storiche particolari. Dunque, se negli Usa la comunità ebraica si interessa al Medio Oriente, credo sia più che legittimo. Israele ha rappresentato, in particolare nel progetto sionista, un luogo per accogliere tutti quelli che erano perseguitati: ciò accomuna questa terra al destino degli Stati Uniti, che sono stati per parecchio tempo rifugio sicuro per i perseguitati. Indi non credo che l’interesse che si porta oggi al Medio Oriente sia dovuto solo alla presenza della comunità ebraica, ma anche al riconoscimento di un destino comune.
Infine, da un punto di vista oggettivo il conflitto medio-orientale è importante, ed essendo dovuto alla spartizione di un territorio la sua lettura è relativamente semplice.

Invece, ci sono alcuni conflitti nel mondo dei quali nessuno parla mai: anche sulle riviste specializzate a buona diffusione, come “Le Monde Diplomatique” o “Internazionale”, è quasi impossibile trovare degli articoli che citino il Nepal o lo Sri Lanka. Come spiegare questa sorta di “censura”?
Da un lato alcuni di questi conflitti non hanno ancora avuto l’occasione di produrre un sapere: il caso del Nepal è esemplare. Il conflitto è recente e la stampa parla di organizzazioni di guerriglia neomaoiste. Ma cosa vuol dire oggi essere neomaoisti? Bisogna inviare delle persone, dedicare del tempo per comprendere quali sono i progetti delle fazioni in conflitto, qual è la posta in gioco: tutto ciò non è per nulla semplice. In altri casi, come la Colombia, lo Sri Lanka e diversi conflitti africani, è veramente arduo trovare giornalisti che possano fare delle analisi serie in termini che chiunque possa capire. Durante la guerra fredda si potevano analizzare i conflitti nel mondo come rami della contrapposizione Est-Ovest. Oggi, anche i giornalisti più seri non possono arrivare sul campo con una griglia predefinita, che permetta di dare spiegazione delle cause e degli sviluppi degli avvenimenti.
Tuttavia questa sorta di censura non si opera solo nei conflitti militari. V’è tutta un’altra serie di conflitti, che provocano anche più morti, ma dei quali non si parla mai. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha da poco pubblicato un rapporto sugli incidenti sul lavoro: le statistiche dicono che causano due milioni di morti all’anno nel mondo. Cinquemila morti al giorno, più che in qualsiasi conflitto militare! Questa è la guerra sociale, e di questo non si parla mai!

La spiegazione è valida, ma una questione rimane legittima: come mai, in alcuni casi, assistiamo a delle vere e proprie ondate di informazione su conflitti che nel giro di due o tre settimane passano dal dimenticatoio all’attenzione di tutti i mass-media (per ritornare, poi, nel dimenticatoio…)? I casi del Rwanda, della Somalia e del Perù insegnano.
Innanzitutto bisogna che vi sia un certo rapporto con gli elementi che spingono un mezzo di informazione a interessarsi a un conflitto: per esempio, nel caso della presa degli ostaggi da parte del gruppo dei Tupac Amaru all’ambasciata giapponese di Lima, l’evento era particolarmente spettacolare. Tuttavia voi citate dei conflitti periferici, ma questa caduta dell’interesse è ancora più evidente in casi assai meno marginali. Oggi, chi parla dell’Afghanistan? L’anno scorso tutti parlavano dell’Afghanistan perché era una guerra americana, ma oggi sembra scomparso dalla scena. Si ha l’impressione che dopo la caduta dei Talebani tutti i problemi siano risolti. Invece, anche la situazione delle donne è tutt’altro che rosea, e l’Afghanistan rimane in una situazione drammatica. Stessa sorte per il Kosovo.

Potremmo affermare di assistere a una sorta di censura volta a far credere che tutto va bene dopo le guerre in Kosovo e in Afghanistan?
Io credo che il problema sia inerente il mondo dell’informazione: questo è ciò che io chiamo il “mimetismo”. Se vi sono dei media che si interessano a un certo argomento, poi tutti gli altri seguono. Bisogna essere nell’attualità! Se tutti parlano del Kosovo, bisogna parlare del Kosovo, poiché così si è nell’attualità e si può stare tranquilli. Quando poi il Kosovo esce dall’attualità, nessuno parla più del Kosovo. Non è una questione di volontà di censura, o almeno non direttamente. Io credo che, quando si dirige una redazione, si debba essere in grado di dirsi: “Oggi che questo paese non è nell’attualità andiamo a vedere cosa succede”. Tuttavia i giornalisti vivono nello stesso mondo di tutti gli altri: leggono i quotidiani, ascoltano la radio, guardano la televisione e sono colpiti dagli argomenti del momento. Indi, per chiedersi, ad esempio, cosa succede ad Haiti, uno dei paesi più poveri del mondo, sotto embargo, sotto una dittatura e nonostante tutto fuori dall’attualità, bisogna fare veramente un grande sforzo intellettuale.

Non solo i media sono veicolo di informazione sui conflitti in corso nel mondo. Cosa si può dire del ruolo crescente delle organizzazioni internazionali?
Oggi, diverse organizzazioni di tipo umanitario riescono ad avere anche un grande impatto mediatico. Ciò permette loro di sensibilizzare le persone su problematiche viceversa dimenticate. In Italia v’è l’esempio di Gino Strada, fondatore di Emergency. Tuttavia è vero che diverse organizzazioni riflettono seriamente sull’opportunità di sollevare polveroni relativamente a un conflitto. Infatti, se si parla di una guerra, si denunciano anche una serie di violenze, e si prende posizione in relazione al conflitto stesso. Ma, se si prende posizione, si rischia di diventare un attore politico nel paese in questione, indi di non essere più considerati neutri da parte dei belligeranti, e di non avere più accesso alle vittime. Per questo motivo alcune Ong preferiscono passare sotto silenzio certi eventi…

Infine, v’è un ultimo modo per accorgersi dei conflitti che sono in corso nel mondo: un modo tragico, che ha circa 50 milioni di testimoni sul globo, i rifugiati…
Oggi sono una delle maggiori conseguenze dei conflitti. All’inizio queste persone vengono accolte in campi allestiti dalla Croce Rossa o da altre organizzazioni umanitarie, ma molti provano a fuggire per cercare lavoro nei paesi ricchi. In Europa ciò viene tradotto come il problema dei “sans-papiers” o dei clandestini. I mezzi di informazione parlano solo delle difficoltà che il loro arrivo pone alle società “di accoglienza”, in termini di ospitalità e di assenza di lavoro. Non ci si chiede: perché arrivano? Da dove arrivano? L’unica preoccupazione è sbarazzarsi della loro presenza. Non si parla del fatto che l’immigrazione è sempre un dramma. Nessuno emigra per piacere. Chi emigra è obbligato a farlo, perché se avesse la possibilità di restare con la propria famiglia, i propri amici, la propria religione e il proprio amore, non vi rinuncerebbe. L’emigrazione è un’amputazione dolorosa: non risulta da una volontà di invadere, ma da un’impossibilità a restare. Nonostante ciò, la maggior parte dei rifugiati nel mondo non sono in Europa. Su 50 milioni, 40 milioni sono in Africa e gli altri sono in America Latina, in Asia, in Medio Oriente. Solo qualche decina di migliaia di rifugiati sono presenti in Europa: in verità sono i paesi poveri che accolgono questo “fardello”. Ma il discorso mediatico che si sente ripetere recita: “Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo”. In realtà non accogliamo neanche un centesimo della miseria del mondo, pur essendo i più ricchi!

Bibliografia

IGNACIO RAMONET, Il mondo che non vogliamo. Guerre e mercati nell’era globale, Mondadori, Milano 2003.

IGNACIO RAMONET, La tirannia della comunicazione, Asterios Editore, 1999.

www.monde-diplomatique.fr

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