(Roma) Si deve parlare di terrorismo o di una guerra del popolo dettata da condizioni economiche disastrose? Quali sono gli interessi internazionali che si nascondono dietro ad ingenti aiuti militari? Come si articolano le dinamiche informative? Sergio Trippodo, direttore di Stringer Asia (periodico di politica estera, economia e cultura sull’India e i Paesi limitrofi), ci permette di ampliare il quadro generale sul conflitto nepalese.
Che cosa ha portato all’accendersi del conflitto nel 1996?
La cosiddetta “guerra del popolo” dei maoisti, che poi si sono costituiti nel NCP-M, dichiarato anche fuorilegge, è iniziata nel 1996 nei distretti di Rolpa e di Rukum, che si trovano nel Nepal nordoccidentale. Sono dei distretti molto poveri: la rivolta popolare è infatti iniziata proprio a causa di un problema economico, perché dopo decenni di aiuti internazionali la popolazione non ha ricevuto alcun beneficio.
La capitale Kathmandu si era estesa, formando un continuum di piccole costruzioni abusive senza sistema fognario, elettricità e acqua potabile, diventando pertanto una sorta di fogna a cielo aperto.
Tutti i fondi si sono fermati a Kathmandu ma non sono stati spesi neanche per la città stessa. I donatori internazionali hanno così interrotto gli aiuti economici ed umanitari. E’ nato pertanto questo movimento di rivolta contro la fame, contro la povertà.
Questa semplice protesta popolare, nata in piccolissimi distretti del nordovest ha attraversato tutto il Terai, tutta la regione meridionale, ed è arrivata a controllare circa i due terzi del paese.
Quali sono le radici e l’organizzazione di questo movimento?
Il leader Prachanda, è un intellettuale nepalese che ha studiato in India, nel momento in cui quest’ultimo paese era molto legato al socialismo e all’Unione Sovietica. Il numero due è Baburam Bhattarai, anch’egli un intellettuale proveniente da una “famiglia bene”. Dapprima Prachanda e Bhattarai avevano formato un piccolo gruppo politico che aveva partecipato alle lotte per la democrazia dei primi anni ’90. Poi, nel momento in cui i vari partiti politici si erano formati o erano tornati alla ribalta dopo esser stati messi fuori legge dalla monarchia, i due avevano inizialmente partecipato alla formazione di un Parlamento. Ma, vista la corruzione e le molte inadempienze dei partiti, si sono ritirati dall’attività parlamentare per dirigersi verso un’opposizione extraparlamentare.Ci sono stati dei contatti tra i gruppi nepalesi e quelli di India, Bangladesh, Sri Lanka e Birmania: si è così formata una sorta di Internazionale maoista.
Vi sono quindi dei contatti con gruppi armati situati nei paesi limitrofi…
I rapporti più stretti sono con il gruppo di guerriglia armata comunista dei Naxaliti formatosi nel Bengala, con il Maoist Comunist Coordination Center situato nello nel Bihar, e con vari gruppi sempre indiani, attualmente piuttosto potenti e agguerriti, che si trovano tra il Bengala, l’Orissa e l’Andhra Pradesh, e che vengono chiamati PWG. Ancora in questo periodo i PWG aiutano i gruppi maoisti per quanto riguarda l’addestramento, le basi logistiche e, si sospetta, la fornitura di armi.
C’è anche uno traffico di armi in cambio di oppio ed eroina tra maoisti nepalesi, gruppi di estrema sinistra indiani e alcuni gruppi di guerriglia del nordest indiano.
Inoltre in Nepal, sopratutto nelle regioni meridionali confinanti con l’India del nord, ci sono circa seicento scuole coraniche dove vengono addestrati e spesso anche finanziati molti gruppi di guerriglia che poi agiscono anche nel Kashmir indiano e pakistano. Se il processo di pace dovesse fermarsi per qualche motivazione politica, i maoisti potrebbero essere spinti ad allearsi con gli integralisti islamici. Potrebbe essere un allargamento molto pericoloso.
Il movimento è caratterizzato da un’ideologia definita?
C’è poco di politico in questo movimento. Il fatto che si siano raggruppati in un partito e abbiano dichiarato varie tendenze socialiste o comuniste, è da prendere con le pinze.
L’ideologia del movimento maoista è molto confusa: si ispira un po’ a quella comunista maoista cinese, un po’ ad alcuni movimenti già esistenti all’interno del continente indiano, per esempio quello dei nancsaliti.
E’ un’ideologia che ha commesso molti errori nel suo cammino, come ad esempio una campagna contro l’istruzione privata, l’unica forma di istruzione possibile giacché la scuola pubblica è in completo sfacelo. I maoisti hanno ripreso un adagio vetero-comunista, dicendo che la scuola deve essere libera e gratuita, ma non hanno mai fornito una soluzione al problema. Attraverso una campagna molto dura hanno costretto molte scuole, comprese quelle occidentali, quelle cattoliche, quelle istituite dai Paesi donatori, a chiudere.
La popolazione condivide totalmente la rivolta maoista o si tratta un appoggio parziale?
Ci sono delle giustificate critiche ai gruppi maoisti, le quali affermano che spesso la popolazione locale è obbligata ad unirsi ai gruppi combattenti. Tuttavia va considerato che la popolazione locale è composta da contadini e montanari che non hanno di che sfamarsi, che non sanno neppure cosa siano le medicine, l’istruzione, la sanità, l’avere accesso all’acqua potabile. Non hanno molte alternative, perciò diventa una rivolta spontanea, anche se inizialmente non lo era. Maggiore è la repressione, maggiore è la reazione e più importanti diventano le azioni dei gruppi d’opposizione politica. Una popolazione civile composta da gente semplice che si vede arrivare un plotone di gurka con gli elicotteri da combattimento e le armi automatiche dapprima si nasconde poi comincia a uccidere i leader politici – come stanno facendo ultimamente i maoisti – oppure compie delle azioni di sabotaggio anche politicamente stupide. Per esempio i maoisti stanno attaccando tutte le centrali elettriche, stanno bloccando tutti gli investimenti esteri, tutti gli aiuti internazionali, il turismo. Hanno messo in ginocchio l’economia nazionale. E gli aiuti internazionali non risolvono assolutamente il vero problema: la fame.
Quali sono stati e quali sono i reali intenti della monarchia?
Dopo i movimenti democratici dei primi anni ’90, la monarchia era diventata costituzionale. Il vecchio re Birendra era una figura più che altro di prestigio. Finché era rimasto al trono le Forze armate non avevano mai avuto il permesso di combattere la popolazione civile. Il re Birendra aveva preso degli accordi segreti con i maoisti per porre fine alla lotta popolare, trovando così una soluzione pacifica che facesse rientrare il partito comunista maoista all’interno del Parlamento e quindi della vita democratica del Paese. Ciò aveva preoccupato molto il fratello di Birendra, Gyanendra. Questi era considerato un falco a palazzo reale, e molti sospettano che vi sia lui dietro la strage.Quando Gyanendra si è insediato, ha promesso di rispettare la via democratica imboccata negli anni ’90, ma non è stato di parola. Nell’ottobre 2002 Gyanendra ha destituito il premier Deuba. Si è così arrivati a una vita politica molto provvisoria, se non improvvisata, con un primo ministro fantoccio, Chand, il quale non riesce a barcamenarsi nella vita politica del Paese perché non ha potere. Infatti i principali partiti politici sono soprattutto il Nepali Congress Party e il Partito comunista marxista leninista unificato che sono molto potenti, si sono avvicendati al potere per varie legislature e hanno anche rifiutato l’invito dell’attuale premier Chand di partecipare alla vita politica e di formare assieme a lui e ai partiti pro monarchici un nuovo governo. Nel frattempo a febbraio c’è stato l’annuncio della tregua bilaterale tra i maoisti e il governo; ra siamo arrivati alla seconda tornata dei colloqui. I maoisti hanno chiesto la formazione di un governo provvisorio che faccia riferimento al Parlamento e non al potere regale, di un’assemblea speciale per redigere la bozza della nuova costituzione entro ottobre 2003. Hanno chiesto anche la liberazione di centinaia di prigionieri politici ancora intrappolati nelle carceri nepalesi, non si sa bene neanche dove, non lo sa neppure la Croce Rossa. E’ stato anche deciso di stabilire un codice di condotta per il rispetto della tregua. In cambio i ribelli avevano inizialmente promesso di rinunciare alla costituzione di una repubblica popolare al posto dell’attuale monarchia.
C’è un rispetto dei partiti, delle forze politiche, o siamo di fronte ad una dittatura?
Ci stiamo dirigendo verso una monarchia assoluta nelle mani del re Gyanendra. Si stanno facendo dei grossi passi indietro rispetto ai primi anni ’90, quando le decisioni venivano prese all’interno del Parlamento, quando c’erano elezioni più o meno libere. Il premier veniva sempre eletto e mai imposto dal re, mentre adesso Gyanendra cerca sull’onda della lotta al terrorismo di accentrare verso il palazzo reale tutto il potere decisionale e anche quello economico.
Un altro aspetto molto preoccupante della vicenda è quello delle decisioni prese dalle superpotenze.
Gli Stati Uniti ultimamente hanno inserito il Partito comunista maoista nella lista dei gruppi terroristici.
Il Nepal sta rappresentando in questo momento un grande business, cioè l’affare delle armi. Infatti sino ad ora gli Stati Uniti hanno promesso 20 milioni di dollari per l’acquisto di materiali militari, definiti “non letali”; non si sa bene come le armi possano non essere letali. La Gran Bretagna ha già investito in armi con 6 milioni e mezzo di sterline; il Belgio ha deciso di inviare 5500 fucili automatici come prima fase degli aiuti. La stessa India, storicamente nemica del Nepal, sta inviando anche degli elicotteri.
Tutto ciò avviene perché, con il “golpe reale” e con la nomina del premier fantoccio Chand, sono cambiate tutte le carte in tavola: gli accordi politici con i maoisti in questo periodo non ci sono stati e, cosa più grave, il re Gyanendra ha dato ordine di formare un corpo speciale misto di poliziotti e soldati per combattere quello che lui ha definito “il terrorismo maoista”. Quindi da rivolta popolare, da guerra civile per motivi di fame, si è passati a parlare di una guerra dovuta, di “terrorismo maoista”. E’ una tendenza molto pericolosa, ma ovviamente terrorismo significa capitali, e i capitali significano armi, armi non solo per rafforzare l’esercito. Ci sono infatti storie di tangenti, di convenienze economiche dietro a questa cosiddetta lotta al terrorismo.
Perché, in relazione a questi interventi internazionali non si sa quasi nulla?
Queste sono notizie che “non passano”. Quando un giornalista indipendente propone articoli su queste tematiche, stranamente, o non c’è posto, o l’argomento non interessa, oppure ci sono altri argomenti o avvenimenti che, secondo la direzione delle testate, sono più importanti. Inoltre a livello mondiale c’è una sottile forma di censura riguardo alle forniture di armi (testimoniate da vari studi) e anche riguardo agli aiuti umanitari. Per quanto riguarda gli aiuti umanitari, sulla carta sono stati destinati miliardi di dollari in favore di varie zone, ma rimangono delle promesse: nel momento in cui il conflitto si sposta da una zona all’altra, gli stessi fondi dell’ONU, delle varie agenzie, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, vengono riallocati in altri Paesi.
Per quanto concerne invece l’informazione interna, esistono delle forme di censura?
Il numero delle testate è probabilmente in crescita, ma ciò che sta cambiando negli ultimi anni, negli ultimi mesi, è la libertà di espressione. Il lavoro di chi si occupa di informazione sta diventando sempre più difficile. Io avevo intervistato Krishna Sen, un giornalista che proveniva dai movimenti studenteschi democratici degli anni ’90. Sen era stato messo in carcere per il semplice fatto che sul suo piccolo giornale aveva pubblicato due foto, da lui scattate, di uno dei primi attentati maoisti a Kathmandu. Dopo la pubblicazione di questo articolo in prima pagina, nessuno ha più saputo niente di lui. Dopo anni è stato rilasciato ed è tornato al lavoro, mi ha rilasciato un’intervista, mi ha raccontato tutte le torture che ha dovuto subire in questo periodo di carcerazione totalmente arbitraria. Adesso non è più sparito, è stato ucciso.



