Inviato in Sudan per il quotidiano La Repubblica, Pietro Veronese mette a disposizione la sua esperienza di giornalista per cercare di ricostruire le intricate vicende di questo stato africano. Ne emerge un quadro articolato di vicende politico-religiose e di interessi economici, tra interventi “mirati” delle potenze occidentali e il silenzio dei media; una guerra tra le tante scoppiate nell’ultimo decennio della guerra fredda, dimenticata dopo il crollo sovietico ma che continua ad affamare e tenere in ginocchio la popolazione del più grande stato africano.
In base alla sua esperienza, quali pensa siano i passaggi cruciali delle vicende istituzionali e sociali del Sudan degli ultimi 20 anni?
E’ una guerra lunghissima e molto complessa. La sua complessità dipende principalmente da due fattori. Per quel che riguarda il primo bisogna considerare la composizione etnica, che come sappiamo è in assoluto la più complessa del mondo, nessun altro paese ha al suo interno altrettanti gruppi etnici, linguistici quanti sono quelli presenti in Sudan: siamo nell’ordine di un centinaio di lingue, cui si aggiungono la complessità politica e religiosa. Inoltre la situazione internazionale partecipa ad intricare ulteriormente questo quadro, il Sudan confina con un gran numero di paesi con molteplici e differenziati interessi geo-politici ai quali si sommano fattori macro-geopolitici se così possiamo chiamarli: il conflitto affonda le sue radici storiche all’epoca della guerra fredda e più recentemente negli interessi di natura più strettamente geo-economica. L’altro fattore, primo per importanza, è legato alla questione islamica: non tanto la duplice identità del paese, musulmana al nord e cristiano-animista al sud (un miscuglio abbastanza fluido di credenze tradizionali e di cristianizzazione), quanto il risveglio politico dell’islam e l’avvento al potere a Khartum di un regime islamista avente come nucleo portante la forza politica dei Fratelli Musulmani guidati da El Turaby.
Nell’ 83 la Sha’ria entra in gioco con Nimeiri che, dopo l’entrata al governo dei Fratelli Musulmani, torna indietro proprio un mese prima del golpe dell’ 86, perché?
Non ricordo se ci furono pressioni internazionali, ma sicuramente lo scopo era quello di disinnescare i motivi che avevano condotto alla tensione anche armata fra nord e sud. Le dinamiche in base alle quali lui prese questa decisione, ovvero se nascesse come scelta illuminata di politica interna o costretta dalle pressioni internazionali non fu chiara.
Il golpe del mese successivo fa pensare che con l’allontanarsi degli islamici i governi non reggano, venga meno la stabilità.
Io feci parte del primissimo gruppo di giornalisti che andarono a Khartoum nell’ 85-86 quando riaprì lo spazio aereo e il clima che si respirava era quello di un’atmosfera democratica. I protagonisti del golpe non erano gli islamici, bensì l’elite tecnocrate-militare. Fu un rarissimo golpe militare illuminato: i militari presero il potere con l’impegno di organizzare elezioni e così fecero. Direi un caso quasi unico nella storia politica dei paesi africani post-coloniali. Sicuramente c’erano le forze politiche musulmane, ma erano fra le varie forze tornate in campo, c’erano anche i comunisti che erano stati perseguitati un mese prima del golpe. Bisogna anche ricordare che eravamo nell’86 e, a parte il dato certamente macroscopico della rivoluzione sciita in Iran, non erano ancora tempi in cui l’islamismo fosse così dilagante ed aggressivo: in esso non si vedeva ancora il pericolo politico numero uno. Fu proprio dopo l’esperienza sudanese che si rivelò aggressivo ed avido di potere, prima appariva etico e democratico. I Fratelli Musulmani allora venivano visti come attori della scena politica democratica sudanese, certamente una scena politica molto complessa, inquietante per il suo eccessivo frazionamento: c’erano decine di partiti, probabilmente anche per questo i primi governi democratici furono un totale fallimento. Se i partiti fossero stati più stabili e il paese fosse stato meno diviso forse l’islamismo non avrebbe preso il potere in Sudan e di conseguenza, con ogni probabilità, il conflitto armato al sud non sarebbe ripreso con tale virulenza.
In quel periodo, all’interno del più grande equilibrio della guerra fredda, che ruolo giocarono e in che modo intervennero nelle vicende interne del Sudan gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica?
La vicenda fu complessa, fu una specie di gioco di specchi incrociati, da una parte la presenza nella regione dell’Unione Sovietica era affidata all’Etiopia, che giocava con lo Spla e quindi giocava contro Khartoum, ma al tempo stesso Khartoum con l’evolvere della situazione, col montare dell’onda islamica, non era un regime che potesse essere alleato degli Stati Uniti d’America. Il generale Garang, leader assolutamente non democratico che ha perseguitato in maniera molto cruenta i propri oppositori interni, negli anni ’80 è sicuramente un alleato dell’Etiopia rivoluzionaria e filosovietica, però negli anni ’90 diventa alleato degli americani contro il regime islamico di Khartoum. Questo significa anche che gli Stati Uniti hanno preferito chiudere un occhio per quel che riguarda le pesanti responsabilità che gravano su di lui per le molte violazioni dei diritti umani. Ricostruire tutte le tappe intermedie di questa piroetta, che sicuramente ha come perno la fine della guerra fredda, è un lavoro che non ho fatto in modo sufficientemente minuzioso.
Nell’89 c’è il colpo di stato in cui Turaby assume un ruolo di primo piano anche nella gestione del potere e c’è una svolta in senso fondamentalista molto forte. Inoltre il regime di khartoum si lega in maniera forte all’Iraq di Saddam. Come si può spiegare questo cambiamento di equilibri considerando anche la guerra del Golfo del ‘91?
Da una parte ci sono motivi interni: l’alleanza fra islamici e militari, cioè la tentazione di fare una Jihad interna che concili il nazionalismo militare e l’ideologia islamica. Rimane poco chiaro se questo avvicinamento derivi dal comune antiamericanismo o dall’idea di essere dei soggetti che, quantomeno sulla scena regionale, si oppongono all’egemonia occidentale; c’è sicuramente una comunanza di vedute non ideologiche ma geopolitiche. Infine non bisogna tralasciare che, all’indomani della guerra del Golfo, è presente un’influenza saudita nella persona di Osama Bin Laden: una delle tappe fondamentali della sua maturazione di rivoluzionario, di terrorista dell’islam, avviene proprio nel periodo sudanese.
Ci può dare il suo parere su Turabi, figura che ritroviamo all’interno delle vicende Sudanesi fin dagli anni ‘80 e poi fino al ‘98 e che sembra giocare un ruolo di primaria importanza.
Sicuramente è un uomo chiave, un uomo che ha sempre avuto un grande senso dello spirito del tempo; non dimentichiamo che è un sessantottino parigino riconvertito all’islamismo e che ha saputo leggere, magari talvolta anche in maniera corriva, l’animo del suo paese: verso dove portavano le correnti profonde. Io, a differenza dei miei amici di Sant’Egidio, che hanno avuto e tuttora hanno un dialogo inter-religioso fitto con lui, considerandolo un uomo di fede, non l’ho mai stimato. Tutti i tentativi di mediazione di Sant’Egidio sulle vicende del conflitto sudanese prima e poi sui problemi del nord dell’Uganda adesso, passano attraverso Turabi. E’ un personaggio cruciale ma direi che ha avuto un’influenza negativa sul suo paese; dietro di lui si muovono anche gli aspetti peggiori dell’islamismo, forse non gli aspetti più terribili, non il terrorismo non l’islamismo di Al Qaida, ma l’islamismo più retrivo tradizionalista, i potentati economici, le confraternite… Comunque è un mondo che non conosco nel dettaglio, e credo che pochi lo conoscano nel dettaglio, malgrado le millanterie che si leggono sui media. Come si intrecci, all’interno del Wahabismo, il conservatorismo islamico con il purismo e con il fanatismo e il terrorismo è una cosa che non so bene. Per quel che mi riguarda posso solo dire che Turabi a pelle mi è sempre sembrato un opportunista, un uomo avido di potere, un ambizioso senza principi, uno che indossava i principi del momento, un Milosevic dell’islamismo. Un islamista che poteva essere marxista se si fosse trovato alla fine degli anni 60.
Negli anni 90 sembrerebbe cruciale, nelle vicende interne del Sudan, il dualismo al potere fra Bashir e Turabi, che è al comando di un sotto-stato, di uno stato parallelo. Potrebbe farci un quadro di come si evolve questa situazione, fino ad arrivare ai giorni nostri?
Diversamente da El Madhi, indubbiamente Bashir aveva un progetto da portare avanti nel guidare il paese. Il Sudan correva fortemente il rischio di diventare una vittima designata della strategia antiterroristica americana della guerra fredda e se così non è stato lo si deve a Bashir. Un altro aspetto determinante che bisognerebbe conoscere da vicino è il ruolo del petrolio e i rapporti fra regime e potentati petroliferi che come sappiamo sono anche alle spalle del processo di pace.
Con l’allontanamento di Turabi cambia tutto: Beshir fa capire che lui è pronto, manda segnali molto importanti, di realismo, si presenta come “businessman”. C’è l’influenza crescente della lobby petrolifera sicuramente sul sud, che agisce in questo caso come fattore pacificatore. Questo crea un apparente avvicinamento verso posizioni filo-occidentali, che però io definirei semplicemente come un atteggiamento di non belligeranza, di compatibilismo e di attenzione alle esigenze americane sorte dopo l’11 Settembre, diciamo un po’ alla yemenita. E’ un atteggiamento di realismo: sicuramente un uomo come Omar El Bashir non ama gli americani oggi più di quanto non li amasse 15 anni fa, ma certamente capisce il pericolo che corre e qual’è il prezzo da pagare. In fin dei conti è quello che Saddam Hussein non ha avuto l’intelligenza politica o la capacità di fare. Un percorso politico, insomma non lo metterei sull’ideologico.
Allo stato attuale le guerra continua?
Al momento la guerra è formalmente ferma ed è ferma anche nei fatti per quel che riguarda i fronti minori: Sudan Blu Mail e Monti Nuba. Questi due fronti distaccati dal Sud sono entrambi in regime di cessate il fuoco, stato che regge con osservatori militari. In autunno ho incontrato i governatori ed entrambi erano soddisfatti della situazione anche se non ottimisti sulle future intenzioni di Khartoum. Nel complesso al sud la situazione di cessate il fuoco, regge meno, ci sono violazioni ed è più complessa. Nell’insieme comunque direi che si può essere abbastanza fiduciosi: non credo che si arriverà all’indipendenza, ma credo che ci potrà essere una soluzione federale.
Secondo lei perché dal ‘98 in poi la guerra in Sudan, nonostante sia una fra le guerre più grandi degli ultimi decenni, è stata dimenticata dall’occidente e dalla nostra società sia a livello politico che mediatico?
Direi per lo stesso motivo per cui altre guerre africane, come ad esempio il Congo, in questo momento sono ignorate. Perché sono “backwater geo-strategiche”, luoghi in cui la presenza o meno del conflitto non crea problemi maggiori agli equilibri globali: non sono mercati, non c’è domanda pagante, gli interessi economici non sono strategici, anzi può anche essere convenuto che per un certo periodo il petrolio sudanese non fosse sul mercato.
In questo scenario i media si limitano a fare parte del gruppo, possono fare controtendenza ma non possono fare opposizione.



