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L’arpa di Mizushima

L’arpa birmana, di Kon Ichikawa, Giappone 1956.

La seconda guerra mondiale è ormai conclusa e le truppe del Sol Levante, sparse per tutto il sud est asiatico, sono braccate dagli anglo-americani, costrette alla resa o a un’impossibile resistenza. Il soldato scelto Mizushima fa parte di una compagnia che viene fatta prigioniera dagli inglesi, ed è da questi inviato a convincere una pattuglia di giapponesi arroccati su un monte ad abbandonare le armi. Ma per un ostinato senso dell’onore i giapponesi decidono di continuare a combattere e vengono massacrati dalle forze alleate. Solo Mizushima riesce a salvarsi, grazie alle cure che gli presta un bonzo di passaggio. Una volta ripresosi, Mizushima ruba i vestiti al bonzo e si reca sul luogo del massacro, dove la vista dei cadaveri dei compagni abbandonati lo turba profondamente. Decide così di non tornare dai compagni in prigione, e rimanere per dare una degna sepoltura ai compagni caduti in Birmania.

L’altro protagonista del film è l’arpa che i compagni d’arme costruiscono per Mizushima: prima strumento per accompagnare i canti dei soldati, poi mezzo per segnalazioni, infine compagna e colonna sonora del peregrinare di Mizushima attraverso le foreste di Burma. La musica ottiene quindi nell’opera cinematografica un posto attivo, di primo piano e non di semplice sottofondo. E’ la vera protagonista dell’opera, capace di comunicare le emozioni più profonde di una terra distrutta e dilaniata e di un uomo solo e disperato.

La dura condanna della guerra e la denuncia del suo aspetto disumanizzante, contro cui il protagonista decide di lottare cercando di restituire con la sepoltura dignità ai caduti, sono aspetti del film ancora appassionanti e attuali, e che nel ’56 risultarono addirittura in anticipo sui tempi; tant’è che al film, alla mostra del cinema di Venezia, fu negato il Leone d’Oro per l’opposizione decisa di Visconti, e fu assegnato soltanto il premio S. Giorgio.

Unica nota stonata: l’aggressione giapponese alla Birmania non emerge mai come tale, e i giapponesi sembrano essere le uniche vittime della bestialità della guerra.

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