Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, Liguori, Napoli 1990.
Di fronte alla guerra – e in particolare di fronte alle guerre del XX secolo – la filosofia è rimasta muta. Come se non bastassero le parole, come se il linguaggio umano non fosse sufficiente. Se davvero, come afferma un detto latino, inter arma silent leges, dobbiamo dare ragione ai vari Hobbes e von Clausewitz e a chi considera la guerra come un mondo a sé, che si sottrae a qualsiasi limite morale: al di sopra (o al di sotto) del bene e del male.
Il filosofo americano Michael Walzer cerca invece di tracciare questi limiti, per capire se esista una guerra giusta e per definire un’idea di giustizia in guerra. La guerra viene spesso definita come «un inferno» e «il caos», eppure è comunemente accettato il tentativo di parlarne in termini di strategia, di manovre e contromanovre decise a tavolino, e allo stesso modo se ne parla in termini morali, come dimostra la nozione stessa di “crimini di guerra” (se la guerra fosse completamente amorale, non avrebbe senso parlare di crimini). Il discorso strategico e quello morale non sono dunque semplici serie di norme spesso disattese, ma piuttosto paradigmi descrittivi senza i quali non sarebbe possibile alcun discorso sulla guerra. Il teorico morale, così come lo stratega, non può rinunciare a considerare la guerra come un’azione umana, premeditata e intenzionale, che implica delle responsabilità. La guerra è «un mondo morale… in pieno inferno», regolato da una propria convenzione che impone dei vincoli: «il nostro cinismo è la dimostrazione della [sua] scarsa efficacia… ma la nostra indignazione ne dimostra la concretezza e la forza» – proprio come la legge morale kantiana, la cui esistenza ci appare tanto più evidente quando siamo consapevoli di trasgredirla.
Su queste basi si sviluppa Guerre giuste e ingiuste: un discorso morale con esemplificazioni storiche. Sin dal primo capitolo, Walzer capovolge il modello consueto dei discorsi sulla guerra: non parte da principî inderogabili per applicarli ai casi concreti, ma piuttosto parte da questi ultimi per rintracciarvi i contenuti morali e da lì costruire le sue argomentazioni. Merito di Walzer è di aver tentato un approccio filosofico al problema della guerra che coniuga realismo e rigore etico, una riflessione generale e sistematica (che lo colloca sulla scia della tradizione classica in materia, da Tommaso d’Aquino a Grozio) che concede molto all’abilità narrativa e poco allo schematismo. Proprio per questa flessibilità di metodo – a metà fra la filosofia e l’aneddotica – Guerre giuste e ingiuste è un’opera di facile lettura consigliabile anche ai non addetti ai lavori.



