Capitolo 3

Una grossa nuvola si stava addensando propio sopra le nostre teste e altre più piccole gli facevano da contorno, non diedi tanta importanza a quell’avvenimento, così mi sdraiai lentamente facendomi posto fra Dario e Isabea. Il freddo era pungente, mi avvolsi la coperta e mi rannicchiai, la notte prese il sopravvento ed impose la sua autorità.
Non riuscivo ancora a trovare la tranquillità per rilassare le mie membra stanche ed affaticate per la lunga traversata. Iniziai a pensare ad Isabea e di colpo, come per incanto, la mia mente venne pervasa da un piacevole benessere, mi sentivo bene ogni volta che pensavoa lei eppure la guardavo, lì, in quel momento era vicino a me avvolta in quella pesante coperta, ignara di tutte le mie fantasticherie.

Dario poco distante da Isabea giaceva anche esso avvolto da una pesante coperta e tanta era la fatica della giornata che era crollato in un pesante sonno. Il cielo questa notte era particolarmente tranquillo, di solito in questa stagione si verificano delle tremende tempeste magnetiche… mi addormentai e al mio risveglio trovai Dario e Isabea già pronti e con i cavalli sellati. “Dormito bene?” – chiese Dario – poi mi fece notare che il sole era già alto nel cielo e che era meglio incamminarci senza perderci in inutili chiacchere.

L’orizzonte appariva ai miei occhi sempre uguale, erano ormai 4 ore che camminavamo e non si intravvedeva niente, mi ero messo dietro a Isabea, non so perchè ma ero attaccato a lei come una calamita ciò nonostante cercavo di non pensare a lei, ma la mia mente fuggiva sempre verso di lei mentre provavo a rimanere assorto nei miei pensieri mi accorsi che di fronte a noi si stavano formando dei promontori, erano delle rovine di una città distrutta dalla catastrofe dell’antica guerra del mondo civilizzato, le rovine siergevano maestose e fiere, come per dimostrare che ancora potevano essere padrone degli spazi e che era un loro sacrosanto diritto quello di esistere.

Io, Dario e Isabea ci guardammo e con un cenno di assenso demmo briglia ai cavalli spronandoli al galoppo e dirigendoci verso la città morta. Non avevamo mai visto un’antica città ma nei racconti degli anziani ne avevamo sentito parlare e le antiche storie della vecchia civiltà riemergevano nella nostra memoria come antichi insegnamenti ammonendoci dallo stare in guardia. Chissà quali insidie si celavano sotto a quei ruderi, un brivido percorse la mia schiena, i miei muscoli iniziavano a tendersi come corde di violino e la mia mano scivolava verso il mio fucile.
Guardai Isabeae e gli sorrisi a trentasei denti, ella sogghignòinvece con un sorriso dolce come lo zucchero, Dario tanta la sua fierezza non dava segno alcuno. La città si avvicinava sempre più e diventava sempre più maestosa e imponente nonostante le sue mortali ferite e la sua lenta e inesorabile agonia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.