Un’idea tramutata in realtà – parte prima

Nel corso della mia vita non sempre assennata ho maturato l’idea che quando abbiamo un’intuizione, preceduta solo da quella sensazione che si ha quando sentiamo che sta per prendere vita qualche cosa, questa intuizione cresce sempre di più cominciando a prendere forma nella tua mente quasi potendola toccare quanto la senti viva.
Ebbene, questo insieme di emozioni lo chiamo “stato di grazia”. Da lì alla parte pratica, non prendetemi un facilone, ma considero tutto il resto come dei dettagli.

La prima espressione che mi verrebbe per cominciare sarebbe “C’era una volta…” come si addice a tutte le favole ma come tali oltre ad un inizio hanno anche una fine, seguita da una piccola lezione di vita. A me manca la fine, perchè questa ancora non c’è, la favola è ancora in corso.

Tutto cominciò dalla precedente cella dove risiedevo. Ero già un annetto “ospite” delle patrie galere, il futuro non lo vedevo molto roseo e questa sensazione l’avevo maturata da più fattori: il primo chiaramente il posto, il seguito dall’aver preso da pochi giorni la condanna. Non essendo qui per la prima volta e avendo compiuto allora trent’anni guardavo anche il mio trascorso fatto spesso di rabbia sfogata poi in azioni apparentemente costruttive, ma in tutto il suo complesso distruttive. Moralmente non stavo per niente bene sentendomi mancare un po’ di riferimenti.
Dopo aver partecipato a vari corsi che si tenevano nel blocco portandoli tutti a termine venne a farmi un colloquio un’educatrice che conoscevo da svariati anni: ella mi propose se volessi andare a lavorare in una cooperativa all’interno sempre del carcere che si occupava della tostatura e vendita del caffè: accettai subito, era una cosa che mi intrigava, avrei conosciuto un aspetto nuovo del carcere e un nuovo mondo legato al commercio equo-solidale

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