Lettera aperta (in risposta) ai ragazzi della 3 B Noberto Bobbio-parte I

A volte dire di no è così difficile che ignori tutto e tutti, dando per scontato che tu non c’entri niente e figurati se per quanto grande è il mondo tocca proprio a te pagarne le conseguenze.

Non che io sia stato un santo nella mia vita, ho 36 anni di cui 13 e qualcosa passati qui dentro sin da quando ero minorenne. Sono nato e cresciuto in un quartiere popolare di una cittadina della Puglia e fin da bambino mi sentivo fuori le righe. Mia mamma mi dice che quando ero nella sua pancia ero un terremoto, volevo andarmene già, e così sono nato di quasi 8 mesi ed ero dritto, mi sforzavo a tenere il capo dritto e cercavo di guardare  dov’ero e forse già volevo scappare via dal mondo.

Man mano che crescevo volevo essere diverso, io credevo un passo avanti, ma non è mai stato così. Fare il bulletto con altri è solo il simbolo di debolezza, non ti porta niente di buono.

Gli anni passavano e molte volte il posto e le persone che si frequentano sono la causa maggiore dei guai, anche se io mi sentivo una di quelle persone portatrici sane di guai. Così dalla penna, all’astuccio, alla brioche del chiosco vicino alla scuola, alle prime biciclette nei portoni, ai passeggini per giocare come dei cretini sulle rampe dei garage, al primo motorino il giorno che ho marinato la scuola per andare al mare (per di può prendendo un’insolazione e poi tanti calci nel posteriore da mio zio che mi ha incrociato).

La mia famiglia mi ha seguito poco, mio padre è andato via quando avevo 8-9 anni, mia mamma doveva lavorare per mandare avanti la casa e 3 figli, quindi io unico maschio avevo una grande libertà.

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