Convegno – “Il Lato Positivo: l’HIV in carcere”, 24 novembre 2016, Torino

Convegno "Il lato positivo: HIV in carcere"

 

“Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”

Michel Foucault

 

Questa è la frase che ci accoglieva quel 24 novembre scorso nel teatro della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino nell’ambito del convegno “Il Lato Positivo: HIV in Carcere“. Accanto questa frase i volti dei volontari che hanno organizzato questo convegno e che da anni lavorano con i detenuti sieropositivi della sezione a custodia attenuata “Prometeo” e i relatori, i volti di Filippo, Fausto, Nando e Davide, emozionati ma determinati, pronti a cogliere quest’occasione. La possibilità di far sentire la propria voce, di rispondere alle mille domande che quotidianamente si pongono e che il più delle volte rimangono senza risposta. E poi i “contro”-relatori, gli esperti, i competenti della materia disponibili a trasmettere il loro sapere e a cogliere la realtà problematica in cui oggi si vive in queste istituzioni totali. Perché questa frase? Perché questa accoglienza? Perché la ratio che ha mosso questo convegno risiedeva nel capovolgimento dei ruoli, nel rifiutare quell’etichetta che ci viene attribuita e nell’immaginarci in altri abiti, altre vesti mettendo al centro solo la propria esperienza, la propria conoscenza, nuda, in movimento e capace di contaminare l’altro. In tanti hanno lavorato per la buona riuscita di questo incontro e tanti sono quelli che abbiamo ringraziato, come tante erano le tematiche affrontate. Filippo, Fausto, Nando e Davide erano i portavoce della sezione Prometeo. Hanno raccontato la loro esperienza, il loro vissuto ghettizzante ed etichettato non solo come detenuti ma anche come “zizzaioli”, perché è così che dispregiativamente chiamano i seriepositivi.

Nella foto: Francesca Daquino, direttore aggiunto presso la Casa Circondariale di Torino

Dopo i saluti istituzionali, la presentazione di una nostra volontaria, l’introduzione del dott. Giuseppe Costa, educatore della sezione Prometeo, Filippo entra a gamba tesa, ricordando la salute tra i diritti inviolabili della costituzione. Cerca di far luce sugli aspetti legislativi e prova a trovare quel punto d’ incontro complesso e delicato che si situa tra il diritto alla salute della persona detenuta e il diritto-dovere dello Stato a garantire l’espiazione della pena, toccando il secolare problema dei poteri e dei meccanismi decisionali, “Dove finisce la discrezionalità del giudice e dove inizia quella del medico?” Chi decide, veramente, per le misure alternative di detenuti sieropositivi? E citando l’indice di Karnofsky, perché il medico si rifà ancora oggi a dei criteri estremamente datati?. L’intervento di Filippo è preciso e pungente, tocca dilemmi su cui la dottrina ancora oggi discute, e smaschera anche un po’ quella costruzione linguistica che alimenta le sedute di tribunale, l’incompatibilità con la detenzione, e i criteri ad esso collegati, riportando i relatori alla cruda realtà: “i limiti dell’umana tollerabilità rispetto alla sofferenza”.

Davide segue a ruota il suo compagno, coglie il tentativo di far rientrare i relatori da un’altra porta, la porta dell’umanità, e così ci racconta la sua “realtà di inadeguatezza”, “la cura al dettaglio” per evitare di trasmettere la malattia e l’incapacità del resto del mondo nel capirne i risvolti, le difficoltà psicologiche nel vivere in un luogo che ti isola, ti ghettizza, ti osserva e ti indica sempre un po’. Insomma il vademecum del detenuto sieropositivo, tra le cose da fare e da non fare, le cose da dire alla prima conoscenza, e l’occhio di riguardo in più, “una presentazione di rito perché è correttezza di convivenza dirlo”. Davide, scava nel profondo, si spoglia dinanzi un pubblico di 150 persone, e mostra la sua umanità, mostra le sue debolezze, i suoi dubbi, le sue sofferenze, nel sentirsi sempre un po’ in difetto e nel sentire che accanto a lui non c’è una cura adeguata, parla della cura verso l’altro, non è la medicina, ma lo sguardo di complicità e accoglienza che dovrebbe esserci dinanzi a tanta difficoltà e invece, calpestando totalmente il diritto alla privacy, ricorda come l’agente della polizia penitenziaria urla che deve andare dall’infettivologo invece che dal medico, spiattellando in pubblica piazza la sua malattia. Spinge quindi nella direzione di alleviare questo stato ghettizzante, che vivono dentro quelle mura ma anche fuori e le difficoltà che ne seguono.

Nella foto: Giuseppe Costa, educatore presso la sezione “Prometeo” della Casa Circondariale di Torino

Fausto, ex detenuto, uscito durante l’organizzazione del convegno, ci teneva a farsi sentire, poche volte gli hanno dato la parola in questi anni di carcerazione, ci manda un video e ci racconta quello che c’è fuori, la carenza di servizi, la difficoltà nel trovare un lavoro e il sentirsi un cittadino di serie C, perché se sei ex detenuto sei ancora di serie B, se sei ex detenuto e sieropositivo ti attende solo la serie C e con essa, la paura di trovarsi soli ad affrontare problemi che non si sa che esistono, a cercare un lavoro con l’unico mezzo elettronico che quando è entrato stava appena nascendo e a ricostruirsi una vita tra il SERT e i curriculum e a superare da solo l’infantilizzazione che il carcere ti insegna tra domandine, spesini, portantini, in una città che corre più veloce della luce. E anche qui una frase apre il suo video, Faucault ritorna sui nostri schermi “attraverso quale sistema di esclusione, eliminando chi, creando quale divisione, attraverso quale gioco di negazione e rifiuto la società può cominciare a funzionare?”

E infine Nando ci da la speranza, le prospettive future, le idee da attuare affrontando i tre problemi principali: casa,  lavoro, progettualità e citando le esperienze gloriose in una paese un po’ buio, “Cascina Abele”, “Cascina Tario” e “Oltre il Muro”, esperienze da osservare, studiare e riprodurre per creare il mondo che vorremmo e per far ci “che ci sia un accompagnare e non solo un lasciare andare”.

Ad ogni intervento seguono le risposte, un alternarsi tra medici, psicologi, educatori, funzionari giuridici e ricercatori. Risposte troppo lunghe da riassumere, che racchiudono la complessità di una democrazia che ancora lotta tra spinte innovative e resistenze conservatrici in una società che ancora non è pronta ad affrontare il cambiamento, un cambiamento tutto culturale che alla fine di questo convegno è risultato essere il centro, il perno per il raggiungimento di un benessere collettivo.

Esistono gli oppressi e la bellezza per quanto difficile possa essere vorrei rimanere fedele ad entrambi

Chiudiamo con Camus che in poche parole riesce a  riportarne il portato di difficoltà e contraddizione che oggi ci muove, facendo noi un avanzamento, e sperando che un giorno l’innovazione culturale ci porterà a non parlare più di oppressi.

Ricordiamo che il convegno è stato filmato interamente e che verrà pubblicato se qualcuno sentisse la voglia e l’esigenza di approfondire.

 

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