23 Marzo 2017: 1° Festival della Comunicazione sul Carcere e sulle pene – il nostro racconto

23 Marzo 2017: 1° Festival della Comunicazione sul Carcere e sulle pene - il nostro racconto

Metà della popolazione mondiale è composta da persone che hanno qualcosa da dire ma non possono. L’altra metà da persone che non hanno niente da dire e continuano a parlare
Robert Frost

Il 23 marzo si è deciso di dar voce a quelle persone che hanno qualcosa da dire ma che non possono parlare.
La biblioteca Salaborse di Bologna ha accolto il “Primo Festival della Comunicazione sul Carcere e sulle Pene” organizzato dal periodico Ristretti Orizzonti. Quel giorno anche noi eravamo lì, e anche noi avevamo qualcosa da dire. Abbiamo portato il nostro concetto di comunicazione tra il dentro e il fuori in una cornice di interventi interessanti e stimolanti. L’informazione dal carcere è un bene comune, una risorsa di civiltà utile soprattutto al territorio, che può così conoscere meglio qualcosa che gli appartiene. Un carcere nel quale volontari e persone detenute fanno informazione ha molte più probabilità di diventare un carcere trasparente e di legarsi fortemente con il territorio all’interno del quale una persona prossima alla scarcerazione dovrà relazionarsi e vivere.

(Lo stesso territorio però non sa che il passaggio di una persona detenuta in una comunità abbassa moltissimo il tasso di recidiva. La società crede infatti che tali strutture siano solo un beneficio, un premio per la persona detenuta. La comunità invece è solo un altro tipo di sanzione, un’altra modalità di esecuzione della pena, e i dati ci dimostrano che il 97% di queste misure va a buon fine)

23 Marzo 2017: 1° Festival della Comunicazione sul Carcere e sulle pene - il nostro racconto

Nella percezione popolare, tuttavia, la comunità rappresenta oggi solo un altro tipo di sanzione, un’altra modalità di esecuzione della pena, anche se i dati ci dimostrano che il 97% delle misure di comunità vanno a buon fine. Forse proprio perché le persone non sono completamente isolate? Forse perché entrano a far parte di una comunità – e la comunità difende, cresce e incentiva se stessa? O forse perché sperimentano da subito un attività lavorativa?

Marco Bouchard, magistrato ed esperto di lavori di pubblica utilità, ci racconta quanto il lavoro oggi sia una forma educativa e un tipo di sanzione, anziché un beneficio come tutti sono portati a credere, perché si tratta di un lavoro punitivo non libero e retribuito, che si colloca nell’universo penitenziario con un significato estremamente forte e radicato nella storia che lo ha creato.
Il lavoro di pubblica utilità nasce come sanzione alla violazione del codice della strada e che funziona perché il soggetto, a seguito del suo lavoro, ne vede subito le conseguenze quali per esempio la restituzione della patente (restituzione che spesso la persona detenuta non vede che dopo anni di carcere), funziona anche perché dimostra che non ci vuole chissà quale tratto criminogeno o atteggiamento tipicamente lombrosiano per commettere un reato ma è una cosa che può capitare a tutti; e funziona, infine, perché mette in luce chiaramente le esigenze riparative nei confronti della società. Queste condizioni non avvengono quando sei isolato in una struttura istituzionale e nessuno può più vedere, sentire o sapere cosa fa o non fa la persona che ha leso qualcuno, che ha commesso un reato. La sottrazione totale del detenuto dalle sue responsabilità è la doppia faccia della medaglia di un processo penale che crede di avere una controparte che incarna gli interessi della società, che difende la società ma altro non fa che sottrarre il soggetto dalle sue responsabilità, dalla sua vittima, dal necessario confronto e anche dall’essere il soggetto contro cui si riversa la rabbia di qualcuno, ma lo prende e lo nasconde un po’. Proprio come quando in casa si mette la polvere sotto il tappeto: prima o poi esce sempre.

23 Marzo 2017: 1° Festival della Comunicazione sul Carcere e sulle pene - il nostro racconto

Il tempo del lavoro, continua Bouchard, è il tempo della parola, il tempo dell’utilità, il tempo della restituzione. Quel tempo in cui potremmo dire che anche la società assume un ruolo attivo e soprattutto la vittima può avere un ruolo attivo, può vedere e può scegliere, è un tempo in cui si potrebbe sperimentare una nuova forma di mediazione e di giustizia popolare che, per quanto rigettiamo, sappiamo che esistono e le vediamo nell’eccessiva mediatizzazione del processo penale di cui ci parla Glauco Giostra, illustre professore di Procedura Penale della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma. La giustizia popolare si fa strada a spintoni nello spettacolo della cronaca giudiziaria, decide e colpevolizza; è un racconto decisamente approssimativo e sensazionalistico che ha delle ricadute eccessive sul processo penale.

Da un lato abbiamo la bulimia informativa del popolo e dall’altra la rigida selezione informativa processuale, che considera illegittimamente acquisite moltissime delle prove che vengono diffuse dai giornali. La mediatizzazione del processo penale nasce con il processo di O.J. Simpson e la ritroviamo nel processo di Meredith Kercher e nel processo Stasi. In tutti questi casi, il popolo ha deciso prima del verdetto, dopo aver seguito appassionatamente le vicende e le informazioni trasmesse. A questo proposito, Giostra sostiene che il delitto di Vasto è la conseguenza di un talk show mediatico che si è trasformato in una forma di giustizia fai-da-te.

La spettacolarizzazione del processo, sempre più dilagante (con particolare riferimento a quello penale), ancor più inopportuna nella fase procedimentale successiva alla chiusura delle indagini, non ha aiutato né i cittadini né l’autore del reato a comprendere le dinamiche dell’esercizio della giurisdizione. Secondo la giuria popolare, l’uomo che aveva ucciso Roberta Smargiassi era un pirata della strada ancora libero e doveva essere arrestato. La sentenza era stata già decisa tra gli abitanti di Vasto e condivisa sul web. Pochi mesi fa, il compagno della vittima, Fabio Di Lello, ha ucciso l’autore dell’incidente stradale.

Non è questa l’informazione di cui abbiamo bisogno sul carcere. I cronisti giudiziari responsabili della mediatizzazione delle procedure penali portano con sé due responsabilità importanti: innanzitutto, sono gli artefici della sfiducia del popolo negli organi giudiziari; e, in secondo luogo, sono gli artefici della criminalizzazione della persona detenuta – anche dopo aver pagato il suo prezzo con la giustizia. Il senso di sfiducia nasce quando la sentenza emessa dal popolo non coincide con quella emessa dal giudice: in questo caso, l’opinione pubblica taccerà la giustizia definendola inutile. Qualora invece il verdetto popolare e quello giuridico coincideranno, la giustizia verrà accusata di eccessiva burocratizzazione, a causa dei tempi processuali troppo lunghi.

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La criminalizzazione a”vita” della persona detenuta avviene invece perché la sua storia passata non conosce il tempo dell’oblio. Infatti, una volta scontata la pena, l’ex-detenuto incontrerà persone nuove che non conoscono nulla del suo passato. Tuttavia, queste potrebbero leggere le informazioni e notizie (veritiere o false che siano) a suo riguardo tramite internet (basta digitare nome e cognome) ed essere informate su quel passato di cui la persona in questione non avrebbe voluto rivelare. Il diritto all’oblio non esiste ancora e il passato in queste esistenze rappresenta un’ombra minacciosa che incombe sulle loro teste. Ci sono sempre cose che non si vuole che vengano ricordate: quali sono le cose che forse si vorrebbero cancellare? Quali sono quei pezzi di storia che non sono formativi?

Claudio Sarzotti, ordinario di Sociologia Giuridica presso l’Università di Torino, inverte l’ordine del discorso e decide di ricordare ciò che si vuole dimenticare e di dare valore e memoria a qualcosa che oggi non ne possiede: trasforma un carcere in un museo. Quel museo che inizialmente era un dispositivo di potere ora diventa un luogo in cui si esprimono solo cose belle e degne di essere viste: Sarzotti crede che vedere il carcere, il suo trascorso, il suo svilupparsi nel tempo abbia la sua degna utilità. Così, si apre al mondo una finestra su una realtà sconosciuta e permette anche ad altri di interrogarsi su ciò che accade tra quelle mura: anche il museo è comunicazione e informazione.

23 Marzo 2017: 1° Festival della Comunicazione sul Carcere e sulle pene - il nostro racconto

Segue gli interventi dei relatori le presentazioni di tutti i progetti e le riviste attive sul territorio italiano che si occupano di informazione sul carcere e di comunicazione “da dentro a fuori“. Si parte da Padova con Ristretti Orizzonti e si passa, via via, a Carte Bollate a Milano, Sosta Forzata a Piacenza, Penna Libera Tutti a Pesaro, Astrolabio a Ferrara, Mondo a Quadretti di Fossombrone, Fuori Riga di Ancona, Ne Vale la Pena di Bologna: tutte realtà che vanno avanti autofinanziandosi, senza le quali il carcere sarebbe senz’altro molto più brutto di quanto lo sia già oggi.

La redazione di “Dentro e Fuori Blog”


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