Jousè, detenuto presso il polo universitario del carcere di Torino, racconta dell'incontro con le scuole e delle condizioni detentive

Josuè riflette sull’incontro con le scuole

Jousè, detenuto presso il polo universitario del carcere di Torino, racconta dell'incontro con le scuole e delle condizioni detentive

L’incontro avvenuto il 27 febbraio fu corto perché non c’è stata la possibilità di mettere a loro agio gli ospiti e così rompere quel tabù che avviene sempre tra carcerati e visitatori e non mostra veramente come siamo; per poter capire bene serve più tempo e meno intervento istituzionale, fare un po’ di amicizia e rompere la tensione che viene a crearsi con la prima impressione. Ugualmente vorrei dire che in Italia ci sono circa 58 mila detenuti e solo 800 hanno la possibilità di poter usufruire della semi libertà. La cosa più grave è che c’è un numero altissimo di detenuti (quasi 25 mila) che hanno una pena che dura meno di 5 anni a cui non viene data la possibilità di usufruire di quel diritto per numerosi motivi, soprattutto per il timore che quella persona ricommetta nuovamente un reato.

Un altro punto importante sono le risorse: anche se ci sono borse lavoro vacanti esse non vengono assegnate per mancanza di garanzie a detenuti che non sono stati seguiti dall’inizio della carcerazione con l’obiettivo di capire il motivo del loro reato.

Inoltre quando il detenuto arriva a una camera di consiglio per ottenere la semi libertà o l’affidamento solitamente gli vengono negate per i motivi più disparati senza considerare che il richiedente spesso è una persona con una famiglia con la quale vorrebbe essere in contatto almeno attraverso un PC. Dopo di ciò inizia la lotta per cercare di capire i motivi del rigetto: per gli straniere di solito è il pericolo di fuga, anche se in questo momento è tutt’altro che facile; a causa dei tanti controlli è quasi impossibile che una persona riesca a tornare a casa, soprattutto se dista 10 mila km. e deve prendere un aereo e non ha nemmeno un soldo.

Un altro fatto da considerare è l’assenza di legami nel territorio: se tu cambi diversi istituti, persino tra regioni diverse, non ti è facile trovare un amico e inoltre la recidiva dei reati è più diffusa quando non puoi mangiare e vivere decentemente, quando prima d’uscire non ti danno la possibilità di imparare un mestiere valido per lavorare all’estero e quando le borse lavoro sono così basse: su 650 euro devi sottrarre 112 euro per il mantenimento, più l’abbonamento per il trasporto pubblico, e con quel poco che ti rimane devi mangiare, vestirti e aiutare la famiglia. Se un pensionato ha difficoltà ad arrivare a fine mese, un detenuto che ha una borsa lavoro di questo tipo ha le stesse difficoltà e proprio per questo rischia di ricadere e ricommettere un reato.

In questa sezione ci sono persone molto fragili con gravi problemi mentali che nessuno segue e anche se potrebbero fare la richiesta per ottenere la misura alternativa di fatto viene negata loro ogni possibilità andando così a recare peggioramenti alla loro situazione e a chi li circonda.

La cosa più importante è che la società inizi a cambiare mentalità così come pure i mezzi di comunicazione che non fanno altro che alimentare il panico; gli ultimi rapporti della polizia dicono che i reati sono diminuiti, ma alcuni di questi sono diventati di dominio pubblico e così la magistratura si rifiuta di riconoscere i diritti ai detenuti a causa delle critiche che si potrebbero sviluppare in televisione dove fanno addirittura il quarto o quinto grado di giudizio.

Anche dentro l’istituto penitenziario abbiamo questo problema: alcuni educatori abusano del loro potere perché si permettono di fare il quarto grado al detenuto anche se non è compito loro ma dei magistrati, infatti spesso sono così severi e scrupolosi che i tempi d’attesa sono lunghissimi e così il detenuto non può iniziare ad intraprendere un percorso di reinserimento sociale.

Josuè

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