“Je’ so pazzo”: la recensione di Andrea e Daniele

Tante volte ho pensato che sarebbe bastato solo ancora un piccolo scarto, solo ancora un’altra svolta imprevista nel percorso della vita per oltrepassare anche quell’altra di linea rossa.  Dopo aver superato la soglia che divide il legale dal non, tante volte ho pensato che avrei superato anche quella linea che separa i “normali” dai “pazzi”, e diventare così deviante tra i devianti.

Nelle interminabili notti insonni passate dietro le sbarre, tanti sono i pensieri cupi che fanno insistentemente capolino nella mente, insieme all’irresistibile voglia di un gesto definitivo che dia voce a tutta l’angoscia racchiusa dentro. Perciò, quando ascolto il toccante racconto di Michele, ex internato all’OPG di Sant’Eframo Nuovo a Napoli, sono preso da un moto di empatia nei suoi confronti e comprendo le sue paure, i suoi abissi e le sue speranze, e vorrei che fosse qui per abbracciarlo e dirgli che è il mio supereroe.

Nonostante il macigno del reato, quello di un’importante diagnosi medica e dei terribili momenti trascorsi in quel luogo di morte, Michele ha il coraggio di reimmergersi, catarticamente, nel suo sofferto passato e di raccontarci dove lui ha trovato la forza per non abbandonare mai la speranza non solo di uscire da lì, ma anche di riprendere in mano la sua vita, tornando a gioire e ad amare. Scrive ,fa teatro, mette un annuncio “matrimoniale” su una rivista, intrattenendo rapporti epistolari. Ma oltre al racconto, mai vittimistico o polemico, di Michele c’è il presente, e ho trovato davvero bella la netta contrapposizione tra la narrazione del passato, pieno di buio e ombre, e quella del’oggi, e penso che non ci sia miglior messaggio di speranza che vedere un luogo di segregazione rinascere in luogo di incontro e di condivisione. Oggi l’ex OPG di Sant’Eframo, come ben documenta il mediometraggio di Andrea Canova, dopo anni di abbandono è stato occupato dai ragazzi del collettivo “Je so’ pazzo” ed è diventato una sorta di casa del quartiere, dove hanno sede un ambulatorio solidale, una clinica legale per immigrati, corsi di boxe e arrampicata, e molte altre attività.

Ma pur in questo tourbillon di attività non si è dimenticato il dolore lì vissuto; e allora ecco le visite guidate per i giovani studenti e le mostre fotografiche, per ricordare a tutti noi che, come le catene della schiavitù e le camicie di forza dei manicomi, prima o poi potranno essere distrutte anche le sbarre delle prigioni.

Andrea e Daniele

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