Le recensioni di “Je so’ pazzo” dal Museo della Memoria Carceraria

Scheda film: https://www.ilcontesto.org/evisioni-2018/je-so-pazzo/

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JE SO’ PAZZO – L’ASSORDANTE SILENZIO DI SANT’EFRAMO

“Mi rimane un tanto per dire: sono un uomo”. Poche semplici parole, annotate con disarmante lucidità dal protagonista-narratore di questa storia, Michele, sul suo diario personale, che sono l’urlo rumoroso che squarcia il silenzio lasciato delle voci obliate ed inascoltate, un grido che manifesta tutta la fragilità dell’uomo e la crudeltà dei suoi simili. Una storia che intreccia il passato, il presente e il futuro di un luogo iconico del dolore e della solitudine quale l’ospedale psichiatrico giudiziario Sant’Eframo, tra agghiaccianti memorie ed ambiziosi progetti di rinascita; una verità taciuta a lungo, quasi scomparsa tranne che per i ricordi sbiaditi di coloro che l’hanno vissuta. I lunghi silenzi di questa pellicola ritraggono con freddezza l’incomunicabilità di questa realtà, un’impossibilità non solo fisica per la totale de-socializzazione e segregazione inflitta ai detenuti,  ma anche mentale ed emotiva, perché la “diversità” di coloro che vi erano imprigionati era un ostacolo insormontabile per la comprensione da parte di quelli che invece erano “conformi”.

Abbandonato al proprio destino, dimenticato e trascurato, alla stregua dei detenuti confinati al suo interno quando era in funzione, Sant’Eframo per anni ha tenuto nascosta la sua autenticità, imprigionandola tra le sue mura gelide e silenziose e sigillandola nelle stanze di due metri per tre. Ma ora le porte di questo ospedale si sono finalmente riaperte, e questa volta non per confinare al loro interno coloro che mestamente le attraversano. Una rinascita che inevitabilmente non può e non deve dissociarsi da ciò che questo luogo è stato, per questa ragione il collettivo di occupazione cimentatosi in questa impresa ha adottato il nome “Je so’ pazzo”, tratto dalla celebre canzone di Pino Daniele: tutti, in fondo, siamo un po’ pazzi, perciò ciascuno di noi ha diritto ad un posto nel mondo. Biblioteche, campi ricreativi, ambulatori medici, aule per il doposcuola… Sant’Eframo è diventato tutto questo grazie alla tenace e generosa attività dei volontari, e finalmente da luogo di esclusione si è trasformato in un fenomeno di inclusione sociale, non solo per gli abitanti del quartiere, ma per chiunque ne voglia prendere parte.

Lungi dal voler essere tale, questa rinascita non può che porsi in polemica non solo nei confronti del proprio passato, ma anche verso un presente immobilista ed inerte, che ha preferito dismettere questa struttura piuttosto che attuare programmi per il suo recupero, a cui infatti hanno dovuto provvedere di propria iniziativa gli abitanti del quartiere. E ciò, tra le insensatezze e i paradossi di cui l’Italia è traboccante, potrebbe tradursi nella possibilità che il collettivo venga costretto ad abbandonare il luogo che ha occupato.

Nella pellicola passato e presente si mescolano in continuazione, ma rimangono sempre ben distinguibili l’uno dall’altro: Michele, il protagonista, appare come un estraneo di fronte alla realtà che è venuta a crearsi, ormai alienato totalmente da quello che per cinque anni è stato il suo mondo, fatto di abusi e abbandono. La sua voce riecheggia solitaria tra quei corridoi così irrealmente silenziosi, e i suoi occhi tradiscono nitidi ricordi impressi indelebilmente nella sua mente che però le parole non sono in grado di raccontare. Ma le parole, forse, in questi casi sono superflue. Il silenzio, forse, racconta molto di più.

Luca Gadrino
Università degli Studi di Torino
Facoltà di Giurisprudenza

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«Siamo invisibili, siamo i vostri brutti sogni, siamo, malgrado la vostra indifferenza». Legge con distacco, Michele Fragna, sfogliando gli scritti degli anni di reclusione all’ospedale psichiatrico giudiziario.

È il giovane regista Andrea Canova a scoprire la sua piccola storia, che se ne stava in silenzio, all’ombra di quella, più grande, di Sant’Eframo Nuovo, nel rione napoletano Materdei.

Convento del Seicento, imponente e impotente spettatore della storia, fu caserma in epoca post-unitaria, manicomio criminale col fascismo, e poi Opg. Abbandonato per anni, torna a far parlare di sé nel 2015, quando un collettivo di studenti ne avvia l’occupazione, ribattezzandolo, con facile tributo, “Je so’ pazzo”, e dandogli un programma: dov’era prigione, fare libertà.

Ma il lavoro di Canova non è, banalmente, l’elogio di questa follia: è cinepresa che attraversa sorridendo il campo di calcetto che strappa alla strada i bambini del quartiere, si destreggia con empatia tra assemblee politiche e sportelli per migranti, saluta i medici dell’ambulatorio gratuito, i volontari del doposcuola popolare e i ragazzi del teatro, per poi insinuarsi, cupa, nei più grigi corridoi delle celle. E si fa prendere per mano, nell’inferno che fu, da Michele, che è Dante-esploratore e Virgilio-narratore.

Allo spettatore sembra di sentire il puzzo dei dannati, senza sforzi restituito dai catartici diari dell’ex recluso e dall’involontaria scenografia del brutale, che fascette e altri strumenti di contenzione, tra faldoni di referti e pile di lettere mai spedite, concorrono a costruire.

Luoghi che parlano di un’istituzione totale che non fu oggetto della ‘180’ – la rivoluzione Basaglia, arrivando fino ai nostri giorni (l’ultimo Opg ha chiuso per davvero nel 2017). Luoghi che parlano per i rei folli che ci vissero, come Michele, per un quinquennio, o come Vito De Rosa, parricida quand’era ancora ragazzo, sopravvissuto a cinquantadue primavere in cella, prima di ricevere la grazia presidenziale.

Sono i luoghi a raccontare, non c’è posto nell’opera di Canova per le storie personali: non agiografia degli emarginati, ma geografia dei margini.

Allo spettatore non si riserva gentilezza: prima il sogno della riqualificazione sociale, di un rinnovato protagonismo di ragazzi del sud e poi un pugno nello stomaco, con tanto di sputo su un celebre terzo comma costituzionale: non c’è poesia né diritto quando manca il «senso di umanità».

C’è un vuoto, con invito a colmarlo, a riflettere su contenzione e salute mentale, a rinfocolare le sensibilità acquisite, perché nuove isterie collettive, in tempi di rigurgiti punitivi, non riescano a mortificarle.

E poi una carezza finale, con la musica che avvolge Sant’Eframo, lo libera, libera Michele – e con lui lo spettatore – da un peso antico.

«Quand’anche fosse, son pazzo. E allora?»

Alessandro Amico
Università degli Studi di Torino
Facoltà di Giurisprudenza 

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