Sulla storia di Salvatore Piscitelli – Seconda parte

Il muro di gomma del penitenziario

Non posso dimenticare come fu eclissata la vicenda dei dieci morti nel carcere Sant’Anna di Modena e nel Nuovo complesso di Vazia a Rieti. Ricordo perfettamente anche il sentire collettivo dominato di stupore, approvazione e vicinanza con la sofferenza e la paura che spingevano delle persone a ribellarsi, seppure con conseguenze inattese. Pochi giorni e poche parole sono bastate per far sì che l’opinione collettiva facesse marcia indietro e si tramutasse in derisione e disapprovazione, condita con un po’ di rammarico nel rendersi conto che questi morti non erano eroi della rivolta ma “tossici” in overdose.

Nel frattempo cosa è successo? Cosa ha determinato questo cambiamento di opinione?

Facciamo un passo indietro, l’8 marzo la maggior parte delle carceri italiane si sono rivoltate, leggiamo sui giornali che “hanno preso il potere”, “hanno preso il controllo”, da alcuni video si può evidentemente vedere come la polizia penitenziaria era fuori dalle mura, in preda al panico e in balia delle decisioni delle persone recluse. Contemporaneamente queste notizie venivano trasmesse all’esterno, i cittadini ancora in attesa di emettere un giudizio osservavano e non potevano non simpatizzare con ciò che stesse accadendo, domandandosi cosa avrebbero fatto loro in quella stessa situazione. Sapere di dover mantenere un metro di distanza da qualsiasi essere umano e rendersi conto di stare in una cella con i propri compagni a meno di 10 centimetri, sapere che qualcosa sta uccidendo le persone nel mondo e non poter sentire i propri cari, sapere di essere chiusi in un istituzione totale e sapere che la risposta del potere sarebbe stato varare lo stato d’emergenza.

Ricordo le dichiarazioni dei garanti, che raccontavano come si stesse svolgendo la situazione nel loro territorio di competenza e tutti hanno fatto menzione alle misure alternative e alla “mancata giusta comunicazione”.

Quello su cui voglio soffermarmi è proprio il secondo punto, la comunicazione, le parole, l’informazione.

Si è affermato da più parti che la giusta comunicazione è venuta a mancare e che la maggior parte dei detenuti voleva solo essere rassicurata poiché dai telegiornali le informazioni erano confuse e terrorizzanti, i garanti affermavano che bastava fargli capire che ci si stava occupando della loro salute. Vero! ma gli eventi successivi ci dimostrano che in carcere il numero di positivi al covid è stato altissimo, e che mancavano totalmente le condizioni materiali per garantire il diritto alla salute a tutti (spazi, areazione, condizioni igienico sanitarie). Forse le persone recluse lo sapevano già?

Se da un lato è vero che la comunicazione è stata frammentata e contraddittoria a tal punto da creare il panico, dall’altra è stata forse una parola sincera, onesta, svincolata dalle logiche del potere, perché anche il potere non era capace in quel momento di creare un ordine del discorso comprensibile. Sia per chi le utilizza che per chi le ascolta, le parole servono a capire cosa sta accadendo, ci permettono di fare i conti con le cose che avvengono, a dare un nome un nome al sentire, a relegargli uno spazio, un posto, a distanziare il sentire e metterlo un po’ più in là, nella sfera del pensiero, nel razionale (Tisseron, 2000). Il linguaggio che viene utilizzato attiva nelle persone differenti aree del cervello, e il tipo di linguaggio che le persone recluse hanno ricevuto era composto di parole che provocavano il panico. E’ venuto, quindi, a mancare quel processo che permette di creare dei pensieri, mediati dalla mente ed espressione del sentire del proprio corpo. Mi domando, a tal punto, se quelle fossero parole sincere. Proprio perché disorganizzate mostravano in tutta la loro essenza la mancanza di organizzazione, erano parole prive di potere, prive di governamentalità (Foucault, 1978), prive di quel ragionamento costruito che avrebbe di lì a poco dichiarato lo stato d’emergenza. Nel frattempo dentro quelle mura il panico, l’ansia, l’insicurezza, il sentire che sarebbero morti tutti come topi in gabbia, erano consapevoli di tale sentire? Le persone recluse erano veramente solo in preda a emozioni incontrollate o erano anche in parte consci che di a poco ci sarebbe stata «una ridefinizione strumentale del nemico pubblico da parte dei poteri costituiti che con l’obiettivo di difendere la democrazia agli occhi della fantomatica opinione pubblica si sarebbero rese accettabili non solo la violazione ma la vera sospensione delle libertà formalmente sancite dalle costituzioni e delle carte dei diritti umani?» (Luther Blisset project, 199).

Come dicevo all’inizio sono passati pochi giorni, il tempo di mettere ordine al sentire che sono state prodotte nuove narrazioni, nuovi linguaggi, nuove informazioni. “Morti per overdose”, “Detenuti attaccano l’infermeria”: così l’uomo che vive in una società di massa in preda a insicurezze e impotenza, in balia “del disagio e della vaga ansietà” in cui naviga aderisce fedelmente all’esperienza stereotipata che i mass media hanno prodotto (Mills, 1956), tanto da produrre quel cambiamento di opinione di cui parlavo all’inizio, non sono più eroi della rivolta ma tossici in overdone. Ma quanto siamo insicuri, fragili, volubili e impauriti, così tanto da ancorarci e aggrapparci a delle narrazioni collettive che ci aiutano a incasellare l’ignoto nel nostro dicotomico sistema di valori? (Moscovici, 1989). I nuovi linguaggi, utilizzati dai mass media, vertevano sulla svalutazione degli atti avvenuti nelle carceri riducendo quelle azioni a semplici e immorali comportamenti, invertendo i termini del discorso e imponendosi come unica voce in grado di silenziare le voci degli abitanti che all’esterno si facevano megafono di quanto accadeva all’interno.. Infatti in poco tempo, il sostegno all’esterno si è eclissato, le persone sono ritornate nelle loro case, e nel silenzio di queste città, all’interno del carcere si producevano le fantomatiche “mattanze”, di cui noi verremo a conoscenza solo nel momento della tregua dopo la tempesta. Mentre fuori il “controllo sociale informale” agiva attraverso la rappresentazione di quella criminalità, dentro il “controllo sociale formale” agiva attraverso la repressione della criminalità stessa (Melossi, 2002).

Mi domando: su cosa, noi che viviamo qui fuori, possiamo agire? Forse possiamo continuare a interrogarci su quali meccanismi agiscono su di noi. Noi che altro non siamo che uno strumento attraverso il quale mantenere l’ordine, legittimare il potere che reprime. Possiamo domandarci quanto è potente il dispositivo penale, così tanto da essere capace, in pochissimo tempo, di reindirizzare e riorientare la rabbia sociale su nuovi nemici più idonei e congrui al sistema securitario stesso?

Domandarci: quanto siamo complici di queste mattanze? Quanto abbiamo permesso a quel potere accentratore e incondizionato di cui ci parla Mills di manipolare le nostre menti e costruire nuovi ordini del discorso, attraverso i quali si tende oggi a governare e a ristabilire un controllo che stava vacillando? Siamo veramente soggetti liberi e pensanti in questa democrazia o siamo solo un strumento per la costruzione di un consenso che appare scaturito dal libero dibattito delle opinioni e che di conseguenza legittima il potere (Melossi, 2002), ma è invece il prodotto di una fine manipolazione? Abbiamo creduto a quella narrazione svalutante perché siamo stati anche noi vittime di questa governamentalità che avviene attraverso la criminalità, come strumento di creazione di egemonia e consenso politico (Simon, 1997)?

Andando ancora più nello specifico della vicenda pur volendo assumere che quelle persone siano morte di overdose, cosa di cui non possiamo essere certi poiché non presenti sul luogo durante l’accaduto, più che sminuirle bisognerebbe domandarsi cosa li spinge a scegliere di morire nel momento in cui, forse, potevano evadere e liberare le loro vite?

Sarà la morte la loro liberazione? E se così fosse, quanto è povera la società in cui viviamo, se ci sono persone che non riescono a vederne un motivo per rimanere in vita, o ancora quanto è truce la vita lì dentro se ci sono persone che in vista della chiusura dei colloqui sceglie la morte invece che la guerra?

Riferimenti

  • Tisseron S. (2000), Le chien et le parapluie. Les processus de symbolisation entre les generations, in O. Halfon, F. Ansermet, B. Pierrehumbert (a cura di), Filiations Psychiques, PUF, Paris, pp. 117- 129.
  • Moscovici S., Farr M. R. (1989), Rappresentazioni sociali. Il Mulino
  • Simon J. (1997), Governing throught crime in L.M. Friedman e G. Fisher (a c.di), the crime conundrum, Westview press, Boulder (co), pp171-189
  • Melossi D. (2002), Stato, controllo sociale, devianza. Bruno Mondadori.
  • Luther blisset project (2002) Nemici dello stato. Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società del controllo. DeriveApprodi. 
  • Foucault M. (1978) La governamentalità, in Aut Aut, 167-168, pp12-29
  • Mills C. W (1956) L’elite del potere, Feltrinelli, Milano 1959

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