Il ritorno di Ulisse  (ovvero : “Dell’inquietudine”)

Tutta la vita si vive inquieti; nessuna vita, mentre la si vive, è calma e tranquilla, per quanto lo si desideri.

Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Cortina 1996, pp. 79-82.

L’inquietudine dentro di sé è bisogno di meta. Sollievo non è raggiungerla, ma attraversarla, portarsela appresso come vacanza ricca e preziosa, verso un’altra tendendo. Nella consapevolezza che quanto si incontrerà sarà sempre un semivuoto, un incontro con l’incolmabile

Duccio Demetrio, Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé, Cortina 2003, pp. 12-13.

L’occasione da cui nasce il progetto, discusso insieme ai partecipanti, durante gli incontri in biblioteca, nelle calde mattine estive, è la mostra di De Chirico a palazzo Blu, a Pisa. Una mostra che ho visto solo io, naturalmente, ma alla quale mi sono recata solo dopo che uno degli studenti aveva espresso profondo rammarico per non poterla visitare e mi aveva “raccontato” De Chirico, un artista fra i suoi preferiti.

Fra i quadri mi ha colpito immediatamente “Il ritorno di Ulisse”, per i suoi richiami alla mia esperienza in carcere: un Ulisse in viaggio nello spazio ristretto di una stanza.

Nell’Odissea, Ulisse torna a Itaca dopo innumerevoli peripezie, dopo un viaggio lunghissimo, dopo aver rinunciato all’amore di donne bellissime e all’immortalità.

Eppure, una volta a Itaca, dopo aver ritrovato Penelope, il figlio e aver cacciato i Proci, Ulisse riparte. Ha nostalgia del mare? Dei suoi viaggi?

Nostalgia.

Forse Ulisse ha nostalgia di qualcosa d’altro, di qualcosa che non sa … qualcosa di inafferrabile, che solo nella ricerca si può trovare.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.

Ma nella poesia di Kavafis, Itaca diventa anche metafora stessa del viaggio, Itaca non è solo il rientro a casa dell’eroe in balìa delle onde – di se stesso, dei suoi dèmoni – ma diventa il viaggio stesso, il motivo del viaggiare.

Quindi , con questa idea in mente, del viaggiare rimanendo fermi in un luogo, abbiamo iniziato un percorso di scrittura andando ad attraversare i territori delle nostre vite, della memoria e dei sentimenti, in un cammino dal tracciato a volte incerto, guidati da domande che conducevano ad altre domande, sempre inquieti, accettando divagazioni, improvvisi cambiamenti di scenario, momenti di confusione (forse più che altro della conduttrice), prendendo una pausa in alcune radure particolarmente attraenti.
Una ricerca che è stata un po’ un navigare a vista, guidati soprattutto da quello che, ogni volta nuovo, emergeva dal gruppo attraverso un brain storming iniziale e poi i momenti intensi della scrittura, della condivisione, il silenzio dell’ascolto.

Tutto questo distribuito in due laboratori settimanali di due ore ciascuno:

  • nel primo sono state utilizzate, per la riflessione e la scrittura, opere di pittori a cavallo tra ‘800 e ‘900,  seguendo i metodi della Medicina Narrativa;
  • nel secondo  canzoni di cantautori italiani e la metodologia autobiografica della Libera Università dell’Autobiografia, secondo il pensiero pedagogico e filosofico del suo fondatore, Duccio Demetrio.

Laboratori, dunque, soprattutto di narrazione e scrittura di sé. Laddove la scrittura è stata ed è strumento di riflessione ed esplorazione del mondo interiore, di riappropriazione di sé stessi nello spazio del carcere, un contesto che sappiamo quanto tenda a spersonalizzare e ad annullare la persona.

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