Dov’è casa mia?

Casa. Capita a volte di sentirsi estranei a casa, di sentire familiare ma diverso un luogo dove si è nati e cresciuti, sentendosi sconosciuti dopo esser mancati per molto tempo.

L’odore di casa è sempre lo stesso, dolce, risveglia emozioni di piacere che combinate danno un senso di euforia e gioia incontrollabile, ma la situazione quasi di imbarazzo che si è creata non mi permette di esternare il mio stato d’animo, ed ecco che rimane tutto compresso nello stomaco, finendo per sfogare il tutto con piccole vibrazioni dell’addome.

Finalmente dopo anni riesco a sfamare quella nostalgia di casa, l’ho sognata dal primo giorno che manco. Mi siedo sul divano del salotto, tutti mi parlano, vogliono sapere dove sono stato, come sono stato, mi aggiornano su tutti gli eventi accaduti in questi anni di mia assenza e le voci cominciano a sovrapporsi diventando brusio incomprensibile, rispondo con movimenti sconnessi della testa come se fossi presente e capissi tutto, ma in realtà vorrei scappare e nascondermi. Mi sento paralizzato, inizio a sudare e mi prende l’ansia.

Ho sognato ad occhi aperti mille volte questo semplice momento, ma la realtà è sempre diversa, la realtà fa paura! Il rumore del cancello che sbatte fuori di casa zittisce tutti, in me evoca il ricordo della battitura delle sbarre della finestra in carcere, con il silenzio che si è creato la realtà diventa ancor più astratta.

È appena tornato papà da lavoro, quand’è ubriaco non riesce a dosare la forza, ancora non sa che sono a casa.

Riprendo lucidità, mia sorella mi porge un bicchiere d’acqua, bevo, chiedendo scusa mi alzo per andare in bagno, ho bisogno di fare i miei soliti 3 respiri profondi per riprendere il controllo di me.

Papà non è mai stato uno di molte parole, ascoltiamo tutti solennemente i suoi passi che si muovono pesanti verso la sua stanza, questo momento è familiare a tutti noi, sin da piccoli, si passava da gioiosi momenti di compagnia a ridere e scherzare al silenzio solenne che stiamo vivendo nuovamente, se si osava disturbare il sonno di papà erano guai per tutti, ora ricordo perché me ne sono andato.

Momo

Comments 2

  1. Caro Momo,

    Il tuo scritto mi ha colpito perché, a partire da esperienze diverse, vi riconosco comunque una parte di me. Lasciai casa dodici anni fa, a ventitré anni, per cambiare regione e, soprattutto, cambiare vita. Mentre ero via sognavo spesso di tornare, ma poi ogni volta che capitava la realtà risultava molto diversa da come me l’ero immaginata. I suoni, le immagini, gli odori: riconoscevo tutto, ma ne ero subissato. Era come se, andando via, fossi diventato più sensibile a ciò a cui fino a poco tempo prima ero abituato, e i miei nervi non reggevano. Spesso, come te, mi capitava di percepirmi dal di fuori: gli altri mi parlavano e io, anche se annuivo e rispondevo, osservavo la scena come se fossi dietro a una telecamera. Credo che fosse un meccanismo di autodifesa, un modo di astrarmi da quelle situazioni che mi ferivano senza sapere perché. Quando ci ripensavo di notte nel buio della mia camera venivo divorato da un sentimento di inquietudine, perché mi diventava chiaro che non avevo più radici nel luogo da cui ero partito, e che non ne avevo neanche nel luogo in cui ero arrivato.

    La tua descrizione per me è molto potente anche per un’altra ragione. Anche mio padre ebbe problemi con l’alcool. È, per me, una figura molto complessa: per lungo tempo lo ritenni il mio antagonista e credetti di odiarlo perché rappresentava tutto ciò che ritenevo sbagliato. Ora che non c’è più da molti anni, ho perdonato molti dei suoi errori, ma ripensare a lui mi riempie di sensazioni contrastanti.

    Sarebbe bello se scrivessi ancora. Hai un dono per comunicare le tue sensazioni e le tue esperienze in un modo che risuona con quelle degli altri.

    1. Post
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      Ciao Al,
      ti ringraziamo del commento. Lo faremo pervenire a Momo e gli chiederemo di scrivere una risposta.
      a presto,
      Redazione blog Dentro e Fuori

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